Via Bellerio blinda la leadership interna del Capitano, mentre nelle le urne globali si fa terra bruciata attorno alla Lega: il clamoroso autogol degli endorsement in Brasile e Serbia.
Mentre Salvini viene trionfalmente riconfermato alla guida della Lega, per “il Capitano” — giusto per non perdere il filo del discorso — le brutte notizie arrivano tutte dal fronte internazionale. Se in patria il leader del Carroccio ha appena blindato la sua leadership interna incassando la fiducia del partito, nelle stesse ore la geografia geopolitica globale gli ha voltato le spalle, lasciandolo improvvisamente “orfano” dei suoi due principali alleati in Sudamerica e nei Balcani nello stesso identico fine settimana. Una tempesta perfetta che trasforma la festa della riconferma interna in una doccia fredda oltreconfine.
Il primo sberleffo arriva dal Brasile, dove il tentativo di rimonta della destra è andato definitivamente a sbattere contro la realtà delle urne: Luiz Inácio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio con il 51,79% dei voti, respingendo al mittente pure il ricorso disperato di Flávio Bolsonaro, che chiedeva l’annullamento del voto [RaiNews, Il Fatto Quotidiano]. Una sconfitta che brucia non poco a Via Bellerio, considerando l’amore storico e i legami a filo doppio che uniscono il leader leghista alla dinastia Bolsonaro. Un legame così stretto che in passato la Lega aveva persino difeso con le unghie e con i denti la cittadinanza onoraria concessa al clan nel padovano. Ma a quanto pare, la magica atmosfera di Pontida stavolta non ha portato fortuna oltreoceano.
E se dal Sudamerica arriva un dispiacere, dai Balcani piove sul bagnato. Poche ore dopo, da Belgrado rimbalza la notizia che non ti aspetti: le elezioni parlamentari anticipate in Serbia sanciscono il crollo clamoroso di Aleksandar Vučić dopo 14 anni di dominio incontrastato, letteralmente travolto dallo storico 52,5% conquistato dalla Lista Studentesca. Per il Capitano è un altro scossone mica da ridere. Con Vučić c’era una fitta rete di relazioni, selfie di rito e una profonda sintonia sulla retorica identitaria (oltre a una postura decisamente morbida nei confronti della Russia di Putin).
Il risultato di questo incredibile weekend elettorale? Mentre le piazze di Belgrado ballano per il cambiamento e Brasilia blinda la sua democrazia [RaiNews, Il Fatto Quotidiano], la galassia sovranista nostrana si ritrova improvvisamente più sola e decisamente più isolata.
A rendere la pillola ancora più amara — e ammettiamolo, un pizzico ironica — ci pensano le dichiarazioni che lo stesso Salvini aveva rilasciato con grande enfasi appena prima del voto. Durante l’Assemblea e il Congresso del partito, il leader leghista si era lanciato in un caloroso in bocca al lupo globale:
“Il mondo guarda a noi. Oggi si vota in Brasile e si vota in Serbia. Sono paesi lontani, ma sono paesi amici per mille motivi. Quello che può diventare il presidente del Brasile era a Pontida l’anno scorso, con la maglietta di Alberto da Giussano”, aveva rivendicato con orgoglio parlando del clan Bolsonaro.
Sullo scacchiere serba, poi, il vicepremier non aveva usato mezze misure, liquidando la pratica con una vicinanza assoluta: “Vučić è un amico”, ricordando i fasti del suo viaggio istituzionale a Belgrado dello scorso luglio. Due endorsement d’acciaio che nel giro di ventiquattr’ore si sono trasformati in un clamoroso autogol internazionale, servendo su un piatto d’argento l’ironia tagliente delle opposizioni e del popolo dei social.