Dal caso di Youssef Siher alla stretta contro i camionisti del Sud, fino alle storiche contraddizioni della seconda carica dello Stato: la strategia del Viminale usa la bandiera della sicurezza per silenziare le proteste e legittimare decreti d’urgenza liberticidi.C’era una volta il diritto di manifestare, oggi sostituito dal reato di “sospetto preventivo”. Gli ultimi sviluppi legati ai blocchi stradali degli autotrasportatori nel Sud Italia, scesi in piazza contro la crisi del settore, stanno portando alla luce una tendenza allarmante: l’uso della retorica della sicurezza e dello spauracchio della criminalità – che sia l’ombra della camorra tra i tir o la minaccia eversiva online – come grimaldello normativo per smantellare le mobilitazioni, schedare i cittadini e silenziare le opposizioni radicali.I dati ufficiali diffusi dal Viminale delineano i contorni di una vera e propria prova di forza sui blocchi stradali del Mezzogiorno: oltre 1.300 camionisti identificati, 71 denunce e centinaia di sanzioni amministrative nel giro di pochissime ore. Una stretta massiccia giustificata dal governo come necessaria per contrastare le “infiltrazioni camorristiche” e le presunte intimidazioni interne ai presidi.
Il filo rosso tra i tir del Sud e il caso Youssef Siher
Questa gestione poliziesca delle tensioni sociali non nasce dal nulla, ma segue una precisa strategia comunicativa e giudiziaria inaugurata con i recenti decreti d’urgenza del governo Meloni. Il filo conduttore è lo stesso che ha portato all’arresto a Milano del giovane ricercatore Youssef Siher (il cui cognome è stato inizialmente riportato come Sherif), accusato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo ed eversione per la gestione dei canali social aperti e pubblici del “Movimento 17 ottobre”.In entrambi i casi assistiamo allo stesso paradosso: l’assenza di clandestinità o di un reale impianto criminale viene ignorata in nome dell’allarmismo. Per Youssef Siher, una pagina Instagram accessibile a chiunque, priva di password o crittografia, è stata trasformata dagli inquirenti nello strumento principale per amplificare il pericolo eversivo. Allo stesso modo, per i camionisti del Sud, manifestare alla luce del sole sulle autostrade viene interpretato non come esercizio di un diritto, ma come la prova evidente di una sfida aperta allo Stato orchestrata dai clan. Se gestisci un profilo social critico o se blocchi un casello autostradale per difendere il tuo lavoro, la tua protesta viene immediatamente etichettata come “terroristica” o “infiltrata”.
La lezione di “garantismo alternato” che arriva dal 1973
Questo accanimento normativo contro chi scende in piazza oggi si scontra violentemente con la memoria storica delle stesse forze politiche che oggi governano il Paese. Il cortocircuito diventa macroscopico se si guarda alla figura dell’attuale Presidente del Senato, Ignazio La Russa. Nel dibattito pubblico è riemerso con forza il parallelismo storico con i fatti del 12 aprile 1973, passati alla storia come il “Giovedì nero di Milano”.Quel giorno, i vertici del Movimento Sociale Italiano (MSI) e del Fronte della Gioventù – di cui un giovane Ignazio La Russa era responsabile cittadino – organizzarono un corteo nel centro di Milano nonostante il divieto esplicito imposto dal Prefetto per gravi motivi di ordine pubblico. Quella manifestazione vietata degenerò in una guerriglia urbana neofascista, culminata nel tragico lancio di bombe a mano che uccise l’agente di polizia Antonio Marino, di soli 22 anni.La Russa, che sfilava in prima fila in quel corteo abusivo, è sempre risultato penalmente estraneo all’omicidio (gli esecutori materiali furono militanti della destra extraparlamentare) e vanta una fedina penale intonsa. Tuttavia, il caso politico e morale rimane intatto. Se nel 1973 fosse stato in vigore il Decreto Sicurezza firmato oggi dalla sua stessa maggioranza – che introduce la responsabilità oggettiva per i disordini, il reato di blocco stradale aggravato e il carcere duro per le manifestazioni non autorizzate –, l’intera dirigenza del Fronte della Gioventù dell’epoca sarebbe stata arrestata in flagranza e criminalizzata in blocco come “corresponsabile” della violenza di piazza.
La fabbrica dei colpevoli per giustificare le leggi speciali
Il meccanismo attuale è quasi perfetto nella sua perversione comunicativa ed elettorale. L’esecutivo approva decreti d’urgenza frettolosi che inaspriscono le pene per i blocchi stradali, le manifestazioni e la propaganda online. Subito dopo, fa scattare operazioni a tappeto (le manette a Siher, le denunce di massa ai camionisti) per poter sbandierare i numeri dei fermi e delle incriminazioni davanti alle telecamere. Quei numeri diventano la “prova” che la stretta securitaria era necessaria e che le nuove norme funzionano alla grande.Si assiste così a un evidente strabismo politico: massima indulgenza e richiesta di “separare le responsabilità dei singoli” quando si analizzano i cortei abusivi della propria gioventù post-fascista; pugno di ferro e teoremi di camorra o terrorismo quando a bloccare le strade sono i lavoratori della logistica strangolati dal caro-vita o i giovani attivisti della sinistra radicale.Nessuno mette in dubbio la necessità di vigilare sulle infiltrazioni mafiose o sulle derive violente. Ma confondere la disperazione economica di migliaia di autotrasportatori o l’attivismo online con l’eversione significa applicare un bavaglio preventivo. Il rischio reale è che, a forza di invocare lo spettro della criminalità e del terrorismo per ogni forma di dissenso, a restare blindata e protetta non sia la sicurezza dei cittadini, ma solo il potere di chi ci governa.