GERUSALEMME — Lo spoglio delle schede per le elezioni parlamentari israeliane scorre minuto per minuto nei terminali della Central Elections Committee, ma il verdetto parziale delle ore 10:49 del 28 ottobre 2026racconta già il dramma di un Paese spaccato e la feroce resistenza del suo leader. Con il 76,8% dei voti scrutinati, il blocco di destra del Primo Ministro uscente Benjamin Netanyahu si attesta a 54 seggi, tallonato dal fronte di opposizione guidato da Gadi Eisenkot (Yashar!) a quota 47 seggi, mentre i partiti arabi registrano un boom storico salendo a 19 seggi complessivi.
Nessuno ha la maggioranza di 61 scranni alla Knesset. Eppure, nel cuore della notte, Netanyahu ha già rotto gli indugi rivendicando il supporto di una “maggioranza decisiva”, attaccando le coalizioni arabe e ringraziando pubblicamente il Presidente statunitense Donald Trump per il sostegno.
È la plastica rappresentazione del “filo rosso” che unisce Gerusalemme a Washington. Non è più diplomazia; è un asse geopolitico cinico che rispolvera la grammatica dell’imperialismo più crudo per legittimare un’agenda di pura espansione territoriale. Benjamin Netanyahu e Donald Trump parlano la stessa lingua: quella del fatto compiuto, della forza bruta che calpesta il diritto internazionale e del disprezzo sistematico per l’autodeterminazione dei popoli.
I dati elettorali in tempo reale – che vedono il Likud come primo partito al 20,59% – mostrano un leader azzoppato ma intenzionato a usare lo stallo per radicalizzare ulteriormente lo scontro. L’amministrazione Netanyahu continua a portare avanti le sue mire espansionistiche, rinvigorita dalla dottrina isolazionista e muscolare di Washington. Non si tratta più solo di “sicurezza nazionale”, la comoda formula retorica usata per decenni per giustificare ogni abuso. Oggi siamo di fronte a un disegno coloniale esplicito. Dalle macerie ancora fumanti di Gaza, dove si discute apertamente di reinsediamenti e di controllo militare permanente, fino all’annessione strisciante e violenta di ampie porzioni della Cisgiordania, la strategia è chiara: cancellare definitivamente l’orizzonte di uno Stato palestinese.
Questa bulimia territoriale non è un fenomeno isolato, ma la sponda mediorientale dell’imperialismo di ritorno targato Donald Trump. L’ex tycoon ha sdoganato un mondo in cui i confini si ridisegnano con i carri armati e i veti all’ONU, un mondo dove il più forte detta la legge e le istituzioni internazionali sono solo fastidi burocratici da ignorare. Sotto l’ombrello protettivo e ideologico di Trump, Netanyahu ha trovato la licenza per osare l’innominabile, trasformando Israele in un’entità perennemente predatrice, intrappolata in una logica di occupazione infinita.
Il prezzo di questo delirio espansionistico lo pagano i civili palestinesi, schiacciati da tre anni di incursioni, raid intermittenti e un regime di apartheid che toglie il respiro e la terra. Ma a pagare è anche il futuro stesso di Israele, ormai isolato moralmente a livello globale e condannato a una guerra perpetua per difendere territori rubati. L’abbraccio tra il cinismo coloniale di Netanyahu e l’arroganza imperiale di Trump sta scrivendo la pagina più buia della storia mediorientale mentre i seggi vengono contati uno a uno: un vicolo cieco fatto di sangue e macerie, dove la pace non è solo lontana, ma deliberatamente bandita.