I soldi per le armi del governo Meloni, riciclati in cessi d’oro in Ukraina

09712/2025 – “Cessi d’oro in tempo di guerra, perchè chi finanzia l’Ukraina non può più far finta di niente.”

Non è Mosca a dircelo. Non sono i meme sui social. Sono le stesse autorità ucraine anticorruzione, affiancate da media internazionali e think tank occidentali, a descrivere un Paese che, mentre combatte una guerra di sopravvivenza, continua a fare i conti con le sue vecchie ombre: oligarchi, reti clientelari, mazzette su appalti pubblici.
L’Ucraina, nel 2024, è ancora al 105º posto al mondo per percezione della corruzione, con un misero 35/100 nell’indice di Transparency International. Non è una pagellina moralista: è la fotografia di un sistema dove il potere politico-economico si intreccia da decenni con affari opachi e rendite di posizione.
Poi arriva la guerra. Arrivano i missili russi, la distruzione delle infrastrutture, i blackout, i rifugi, il sangue. E arriva anche una pioggia di soldi senza precedenti: oltre 174 miliardi di dollari stanziati solo dagli Stati Uniti, tra aiuti militari, economici e umanitari. Più i fondi europei, il supporto del FMI, le forniture militari di mezzo mondo. È qui che il cortocircuito diventa intollerabile.
Mentre i cittadini ucraini fanno i conti con arruolamenti forzati, mobilitazioni infinite e bollette impossibili, la stessa NABU – l’agenzia anticorruzione ucraina – scoperchia scandali che hanno dell’incredibile anche per un Paese abituato al peggio.
Un’inchiesta parla di un giro di 100 milioni di dollari legato alla protezione delle infrastrutture energetiche, con al centro la compagnia statale Energoatom.
Il soprannome mediatico è già una condanna: “golden toilet scandal”, lo scandalo del cesso d’oro. In un appartamento di lusso di un businessman vicino al potere compaiono bagni placcati, ville, sfarzo grottesco in un Paese che raziona l’elettricità.
Un’altra indagine travolge il settore più sacro, quello militare: droni, sistemi di guerra elettronica, contratti gonfiati, tangenti fino al 30% del valore, con in mezzo deputati, funzionari, ufficiali della Guardia Nazionale. Mentre i soldati chiedono più mezzi sul fronte, c’è chi lucra sulla differenza tra il prezzo reale e quello di carta. Qui non siamo nel folklore delle “mignotte” da slogan. Qui siamo in un Paese in guerra dove una parte della classe dirigente continua a fare ciò che ha sempre fatto: trasformare ogni tragedia in occasione di arricchimento. Naturalmente, i governi occidentali si affrettano a spiegare che esistono controlli, auditing, task force, siti di monitoraggio dove tutto viene tracciato. È vero: soccorrono sigle come GAO, ispettorati dei ministeri, portali come ukraineoversight.gov che pubblicano rapporti e verifiche.
Ed è altrettanto vero che le narrazioni sui “48 miliardi spariti” finora non trovano conferma nei numeri: i grandi buchi di bilancio, allo stato attuale, sono più un terreno di propaganda che di contabilità.
Ma la domanda resta: quanta parte di questo fiume di denaro viene realmente trasformata in difesa, ricostruzione, servizi, e quanta finisce nei rivoli della corruzione endemica?
E, soprattutto: perché l’Occidente continua a comportarsi come se questa domanda fosse maleducata?
Chi solleva il tema viene spesso bollato come filo-russo, sovranista, populista, “putiniano d’Italia”. È più comodo attaccare chi fa la domanda che guardare in faccia il problema. Ma il problema c’è, ed è doppio:
1. Per gli ucraini, che si vedono traditi da chi, invece di proteggere il Paese, si fa costruire ville, bagni dorati e contratti gonfiati.
2. Per i contribuenti occidentali, che vedono i propri bilanci massacrati da inflazione, tagli e nuove tasse mentre miliardi volano verso Kyev in nome di “valori europei” spesso evocati, ma poco controllati.
Continuare a parlare di “assegni in bianco all’Ucraina” è non solo ingenuo, ma politicamente suicida.
Se si vuole che l’opinione pubblica continui a sostenere gli aiuti, è necessario legare ogni tranche di fondi a condizioni ferree di trasparenza e di repressione della corruzione, con meccanismi automatici di sospensione in caso di scandali. Questo non significa “lasciare sola l’Ucraina”, ma il contrario:
significa capire che un Paese divorato dalle sue stesse élite non può reggere né la guerra né la ricostruzione. Si può trovare volgare il linguaggio di chi parla di “mignotte e ville all’estero”.
Lo è. Ma è ancora più volgare, oggi, fare finta che non esistano cessi d’oro, ville, contratti gonfiati, mentre si chiedono altri sacrifici a chi paga le tasse.
In tempo di guerra, la corruzione non è solo un reato: è un tradimento. Degli ucraini, prima di tutto.
E di chi, in Europa, continua a firmare bonifici senza avere il coraggio di guardare le proprie opinioni pubbliche negli occhi e dire: “sì, qui c’è un problema gigantesco, e lo affronteremo davvero”. (dal WEB)