‘Ndrangheta, 47 arresti in Lombardia. Organizzazione gestiva banca clandestina

Ultima ORA: Blitz della Polizia di Stato di Milano in Brianza. Le indagini hanno evidenziato che l’associazione di stampo mafioso aveva un’ampia rete di società di copertura che operava grazie alla collusione di dipendenti postali, bancari e di imprenditori. Coinvolto anche l’ex assessore di Forza Italia Domenico Zema “gestiva i fondi per i detenuti ‘ndranghetisti”

Una banca clandestina a Seveso (Monza e Brianza) a disposizione della ‘ndrangheta. Uno sportello autonomo, che grazie a una rete di società di copertura e alla collusione di “insospettabili”, accumulava soldi provenienti dall’usura e dal riciclaggio, per portarli in Svizzera e a San Marino ed evadere così il fisco o per reinvestirli nell’economia sana. Ma i soldi venivano raccolti anche per “dare una mano” ai familiari dei mammasantissima coinvolti nella maxi operazione Infinito del 2010. Le indagini della squadra mobile, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano guidata dal procuratore Ilda Boccassini, hanno portato all’arresto di 47 persone (4 già in carcere) e a perquisizioni e sequestri di beni mobili e immobili per il valore di decine di milioni di euro. L’operazione è stata estesa, oltre che alla Lombardia, ad altre tre regioni ed è tutt’ora in corso.

polizia-volante-operazione-550Il sistema gestito dalla locale ‘ndranghetista di Desio si poggiava su una rete di società di copertura e sulla disponibilità di dipendenti postali, bancari e di imprenditori. Le misure di custodia cautelare sono state emesse dal gip di Milano Simone Luerti. I reati contestati sono: associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito e intestazione fittizia di beni e società; reati in gran parte aggravati dall’utilizzo del metodo intimidatorio tipicamente mafioso e dalla finalità di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

La banca della ‘ndrangheta
“Dobbiamo essere come i polipi, ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare”. Aveva le idee chiare Giuseppe Pensabene, affiliato alla ‘ndrangheta fin dagli anni 80 e co-reggente della locale di Desio, su come doveva essere organizzata la struttura della sua locale. E in parte il suo progetto si era concretizzato, tanto che l’organizzazione – secondo i magistrati – poteva contare su una banca clandestina. Le casse della “filiale ‘ndranghetista” erano ingrassate dai soldi che arrivavano dal giro di usura e da altri reati e poi erano reinvestiti per acquistare attività economiche, in particolare nel settore dell’edilizia, dei trasporti e della nautica. Ma anche nel settore delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e degli appalti pubblici. I capitali accumulati finivano anche nelle banche svizzere o di San Marino per essere riciclati o servivano per il sostegno delle famiglie dei carcerati di ‘ndrangheta coinvolti nell’operazione “Infinito“. E come una banca, l’organizzazione messa in piedi da Pensabene concedeva – a tassi usurai – prestiti a imprenditori, talvolta costretti a cedere le proprie attività agli uomini legati alla locale di ‘ndrangheta. La struttura poteva contare sulla complicità di alcuni dirigenti di banca o di uffici postali corrotti che autorizzavano prelievi di contanti, ovviamente in barba a tutte le norme antiriciclaggio.

L’ex assessore Forza Italia “gestiva la cassa per i detenuti”
Oltre a Pensabene l’altra figura di spicco era quella di Domenico Zema, detto Mimmo, anche lui ritenuto tra i vertici della locale di Desio. Il passato di Zema è emblematico. Sposato con Loredana Moscato – figlia di Giuseppe Annunziato Moscato alias “Peppe”, capo indiscusso della locale arrestato nell’operazione Infinito – è stato arrestato 2000 nell’operazione “Scilla” condotta dal Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria nei confronti della cosca Iamonte, ma è stato poi prosciolto da tali reati, ottenendo, nel corso del 2011, la riabilitazione e la cancellazione dalla banca dati dell’arresto. All’epoca del suo arresto, Zema era assessore all’Urbanistica in quota a Forza Italia nel comune di Cesano Maderno (MB), e aveva lasciato la politica per dedicarsi alle costruzioni edili. Secondo i magistrati antimafia di Milano era lui che insieme a Pensabene – che lo definisce “uomo di storia, di fatti, di rispetto, di amicizia, di esperienza, di conoscenze” – coordinava la raccolta di fondi a sostegno dei parenti degli affiliati alla locale finiti in carcere. Zema suggeriva poi a Pensabene come investire le grosse somme di denaro contante e come conservare meglio i capitali. Zema dava inoltre la sua autorizzazione per avviare il giro di usura e minacciava gli imprenditore perché non lavorassero più nella zona di Desio.

Il capo dell’organizzazione
Secondo i magistrati milanesi il vero cardine del sistema era Giuseppe Pensabene, co-reggente della locale, scampato dall’inchiesta Infinito nel 2010. Era lui ad avere allestito la complessa struttura. Pensabene era il dominus: impartiva ordini e dirigeva la complessa struttura assegnando i compiti e dando disposizioni ai diversi associati. Sceglieva come investire il flusso di denaro contante che i suoi soldati estorcevano in Calabria e in Lombardia. Era sempre lui, secondo i magistrati, che fissava i tassi di interesse dei prestiti e il costo del denaro contante venduto. Pensabene si occupava inoltre della gestione dell’ampia rete di società di copertura, alcune usate per creare “schermi” per i capitali illeciti. Controllava la gestione delle attività economiche acquisite e “eseguiva – scrive il gip – personalmente o mandando i suoi collaboratori le estorsioni, alcune delle quali finalizzate a recuperare i crediti, altre a tutelare il prestigio e gli interessi dell’associazione mafiosa“. Infine Pensabene si occupava di mantenere i rapporti diplomatici con altri gruppi criminali lombardi, come quello dei fratelli Martino, Giulio e Domenico, referenti della cosca Liberi, o quello su un gruppo legato alla famiglia Fidanzati, e con Antonio Robertone alias “Ciccio Panza”, esponente di spicco della cosca Mancuso.

La “nuova mafia”
Ma nelle pagine dell’ordinanza emerge una struttura nuova che non porta con sé i tratti tipici delle organizzazioni mafiose. Non ci sono rituali di affiliazione, né gradi, né c’è bisogno di usare armi, eccetto nei casi limite. Una nuova creatura retta dalle intimidazioni contro gli imprenditori, ma anche grazie alla complicità di alcuni di loro. “Per alcuni operatori economici la mafia rappresenta un vincolo, per altri un’opportunità”, scrive il gip. Perché, sempre secondo i magistrati antimafia di Milano, tutti gli imprenditori che entravano in contatto con l’organizzazione di Pensabene conoscevano la sua natura criminale. Ma proprio per questo cercavano di trarne il maggior profitto possibile per le loro attività. E anche quelli che venivano minacciati, non denunciavano i mammasantissima.
FONTE