{"id":6541,"date":"2014-03-07T07:32:31","date_gmt":"2014-03-07T07:32:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.lonesto.it\/?p=6541"},"modified":"2014-03-07T07:35:56","modified_gmt":"2014-03-07T07:35:56","slug":"6541","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lonesto.it\/?p=6541","title":{"rendered":"SORRENTINO, &#8220;La Grande Bellezza&#8221;: \u00e8 una marchetta politica."},"content":{"rendered":"<p>Il film \u00e8 stato prodotto da un importante rampollo della dinastia Letta, il cugino dell&#8217;ex premier.<br \/>\nSi chiama Giampaolo Letta, \u00e8 uno dei quattro baroni del cinema italiano (lui \u00e8 il pi\u00f9 importante, non a caso \u00e8 un altro dei nipotini) il cui compito principale consiste nell&#8217;impedire che in Italia esista e si manifesti il libero mercato multimediale, mantenendo un capillare controllo partitico dittatoriale sull&#8217;industria cinematografica. E&#8217; l&#8217;amministratore delegato della Medusa film, il cui 100% delle azioni appartiene a Mediaset.<br \/>\nIl vero oscar, quindi (in Usa conta il produttore, essendo il padre del film) lo ha vinto Silvio Berlusconi, al quale va tutto il merito per aver condotto in porto questo business nostrano.<br \/>\nMa nessuno in Italia lo ha detto.<br \/>\nE&#8217; un prodotto PDL-PD-Lega Nord tutti insieme appassionatamente.<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.lonesto.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/FILM.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-6543 alignleft\" alt=\"FILM\" src=\"http:\/\/www.lonesto.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/FILM-300x102.png\" width=\"300\" height=\"102\" srcset=\"https:\/\/www.lonesto.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/FILM-300x102.png 300w, https:\/\/www.lonesto.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/FILM-160x55.png 160w, https:\/\/www.lonesto.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/FILM.png 649w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Secondo gli esaltatori di questo &#8220;prodotto Italia&#8221;, il film vincente aprirebbe la strada a investimenti, stimolando i giovani autori e lanciando il nuovo cinema italiano; mentre, invece, l&#8217;unico risultato che otterr\u00e0 sar\u00e0 quello di far capire a tutti, come severo ammonimento, che &#8220;o prendete la tessera di Forza Italia\/PD oppure non lavorate&#8221; chiarendo a chiunque intenda investire anche 1 euro nel cinema che bisogna per\u00f2 passare attraverso la griglia dell&#8217;italianit\u00e0 partitica, il che metter\u00e0 in fuga chi di cinema si occupa e attirer\u00e0 invece squali di diversa natura il cui unico obiettivo consiste nel fare affari lucrosi in Italia con Berlusconi e il PD, in tutt&#8217;altri lidi.<br \/>\nDue parole tecniche per spiegarvi come funziona il meccanismo di votazione dell&#8217;oscar.<\/p>\n<p>Per votare bisogna essere iscritti al MPAA (Motion Pictures Academy of Art) e bisogna essere sindacalizzati; dal 1960 vale anche il principio per cui chi \u00e8 disoccupato non vota, nel senso che bisogna dimostrare con documenti alla mano che &#8220;si sta lavorando&#8221; da almeno gli ultimi 24 mesi ininterrottamente, garantendosi in tal modo il voto di chi sta veramente dentro al mercato. Perch\u00e8 per gli americani l&#8217;unica cosa che conta per davvero \u00e8 il mercato, per questo Woody Allen (autore indipendente) detesta Hollywood e non ci va mai, la considera una truffa. I votanti sono all&#8217;incirca 6.000 e sono presenti tutte le categorie dei lavoratori (si chiamano industry workers): produttori, registi, sceneggiatori, direttori di fotografia, macchinisti, tecnici del suono, delle luci, scenografi, sarti, guardarobiere, guardie di sicurezza, perfino i gestori degli appalti per gestire i catering sul set, ecc. Ogni voto vale uno, il che vuol dire che il voto di Steven Spielberg vale quanto quello di un ragazzino il cui lavoro consiste nel tenere l&#8217;asta del microfono in direzione della bocca del divo di turno nel corso delle riprese, purch\u00e8 lo faccia da almeno due anni e paghi i contributi. Quando si avvicina il giorno della votazione scattano i cosiddetti &#8220;pacchetti&#8221; e a Los Angeles la lotta \u00e8 furibonda e comincia la caccia gi\u00e0 verso i primi di novembre, con i responsabili marketing degli &#8220;studios&#8221; (sarebbero le grandi majors) che minacciano, ricattano, assumono, licenziano, per convincere chi ha bisogno di lavorare a votare per chi dicono loro. Per ci\u00f2 che riguarda i film stranieri la procedura \u00e8 la stessa ma su un altro binario: vale il cosiddetto &#8220;principio Hoover&#8221; lanciato dal capo del FBI alla fine degli anni&#8217;50: vince la nazione che pi\u00f9 di ogni altra in assoluto far\u00e0 fare affari alle sei grosse produzioni che contano, acquistando i suoi prodotti. E&#8217; il motivo per cui l&#8217;Italia \u00e8 la nazione al mondo che ha collezionato pi\u00f9 oscar di tutti (la pi\u00f9 serva e deferente) e la Russia e il Giappone quelle che ne hanno presi di meno. Quando l&#8217;Italia, per motivi politici (o di affari) ha bisogno dell&#8217;oscar, allora costruisce un poderoso business (per la serie: vi compro questi quattro telefilm che nessuno al mondo vuole e ve li pago tre volte il suo valore) e lo va a proporre a societ\u00e0 di intermediazione di Los Angeles collegate ai due sindacati pi\u00f9 potenti californiani, da 40 anni gestiti da famiglie calabresi e siciliane, quelli che danno lavoro alla manovalanza tecnica e gestiscono i pacchetti, dato che controllano il 65% dei voti complessivi. Per i film stranieri bisogna avere un forte &#8220;endorsement&#8221;, ovvero un sostegno di persona nota nell&#8217;industria che garantisce a nome dei sindacati, come \u00e8 avvenuto quest&#8217;anno con Martin Scorsese che si \u00e8 fatto il giro presso la comunit\u00e0 di amici degli amici a Brooklyn.<\/p>\n<p>Nel 1989 accadde la stessa cosa: Berlusconi doveva entrare nel mercato americano per mettere su un gigantesco business (quello per il quale \u00e8 stato definitivamente condannato dalla Cassazione, il cosiddetto &#8220;processo media-trade&#8221;); doveva entrare a Hollywood dalla porta principale con la Pentafilm. Ma non c&#8217;erano film italiani che valessero, era gi\u00e0 piombata la mannaia dei partiti, tanto \u00e8 vero che perfino il compianto Fellini girava a vuoto da un produttore all&#8217;altro ed era disoccupato, motivo per cui fin\u00ec per ammalarsi. Alla fine, l&#8217;abile Berlusconi riusc\u00ec a convincere il pi\u00f9 intelligente e bravo produttore di quei tempi (che se la passava maluccio) Franco Cristaldi, a dargli un prodotto perch\u00e8 lui doveva vincere comunque. Cristaldi era disperato e non sapeva che cosa fare perch\u00e8 non poteva fare delle figuracce con gli americani che conoscono il buon cinema e non \u00e8 facile ingannarli, ma si fece venire in mente un&#8217;idea geniale. Aveva fatto una marchetta con Raitre e aveva prodotto un film &#8220;Nuovo Cinema Paradiso&#8221; che era stato un flop clamoroso, sia alla tivv\u00f9, con indici di ascolto minimi, che al cinema, dove era uscito e dopo dieci giorni era stato ritirato per mancanza di pubblico. Il film durava 155 minuti ed era, francamente inguardabile, di una noia mortale. Senza dire nulla al regista, Cristaldi ci lavor\u00f2 da solo -letteralmente- per tre mesi. Rimont\u00f2 totalmente il film, tagli\u00f2 e butt\u00f2 via 72 minuti e usando dei filtri cambi\u00f2 anche le luci, riuscendo anche a modificare dei dialoghi. Lo fece uscire in Usa dove ottenne un buon successo di critica, sufficiente per passare. Berlusconi fu contento ma non gli diede ci\u00f2 che era stato pattuito. Il giorno in cui Tornatore prese l&#8217;oscar, nel 1990, accadde un fatto inaudito per la comunit\u00e0 hollywoodiana. La statuetta venne data al regista e all&#8217;improvviso Franco Cristaldi fece un salto sul palco, si avvicin\u00f2, strapp\u00f2 di mano la statuetta a Tornatore, prese il microfono in mano e disse &#8220;questo oscar \u00e8 mio, questo premio l&#8217;ho vinto io, questo \u00e8 il mio film, questo \u00e8 un film del produttore&#8221;. Fu l&#8217;inizio della fine della sua carriera in Italia, perch\u00e8 il giorno dopo l&#8217;intera critica statunitense (in Italia non venne mai fatta neppure menzione degli eventi) lo volle intervistare e lui raccont\u00f2 come i partiti stessero distruggendo quella che un tempo era stata una delle pi\u00f9 importanti industrie cinematografiche del mondo. Lo scaricarono tutti in Italia e fin\u00ec per lavorare all&#8217;estero. Di l\u00ec a qualche anno mor\u00ec. Fu in quell&#8217;occasione che Tornatore, in una intervista, spieg\u00f2 come si faceva il regista in Italia: &#8220;Bisogna occuparsi di politica, quella \u00e8 la strada. Io mi sono iscritto al PCI e poi sono riuscito a farmi eleggere alle elezioni comunali in un piccolo paesino della Calabria dove sono diventato assessore. Mi davano da firmare delle carte e io firmavo senza neppure leggerle, dovevo fare soltanto quello. Dopo un po&#8217; di tempo mi hanno detto che potevo anche dimettermi e andare a Roma a fare i film&#8221;. Aveva ragione lui: in Italia funziona cos\u00ec.<br \/>\n24 anni dopo \u00e8 la stessa cosa, con l&#8217;aggravante del tempo trascorso.<\/p>\n<p>&#8220;La Grande Bellezza&#8221; appartiene a questo filone dell&#8217;italianit\u00e0 e il solo fatto di accostarlo a Fellini o a De Sica \u00e8 un insulto all&#8217;intelligenza collettiva della nazione: \u00e8 una marchetta politica. <a href=\"http:\/\/sergiodicorimodiglianji.blogspot.it\">FONTE<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>Il film \u00e8 stato prodotto da un importante rampollo della dinastia Letta, il cugino dell&#8217;ex premier. 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