Il dibattito politico e culturale in Italia si sta infiammando attorno al controverso disegno di legge contro l’antisemitismo, già approvato in Senato e attualmente in discussione alla Camera dei Deputati. Al centro delle polemiche vi è il timore, sollevato da numerose associazioni e intellettuali, che il provvedimento possa trasformarsi in una “norma-bavaglio” capace di reprimere il dissenso politico e la libertà di informazione. Il banco di prova di questa imminente stretta legislativa potrebbe essere il documentario Naza, l’opera dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, che rischia di subire pesanti forme di censura o di divieto di proiezione sul territorio nazionale.
Il disegno di legge, fortemente sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, punta a recepire integralmente la definizione operativa di antisemitismo formulata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La criticità principale, denunciata in una grande mobilitazione nazionale da oltre 250 sigle tra cui Amnesty International Italia, risiede nel fatto che tale definizione equipara la critica radicale alle politiche dello Stato di Israele all’antisemitismo stesso. Gli oppositori della legge sostengono che l’adozione di questo impianto normativo non serva a proteggere le comunità ebraiche dai reali e inaccettabili pregiudizi religiosi o razziali, ma sia piuttosto uno strumento politico per silenziare chiunque denunci le operazioni militari e le violazioni dei diritti umani a Gaza.
In questo scenario, il destino del film documentario Naza appare fortemente compromesso. L’opera, che prende il nome dall’acronimo militare israeliano utilizzato per indicare i “danni collaterali”, svela attraverso le testimonianze anonime di ventiquattro ufficiali dell’intelligence i meccanismi tecnologici e predittivi dietro i bombardamenti israeliani. Sebbene il documentario sia stato accolto a Venezia da lunghi applausi e dal plauso della critica internazionale, in Israele ha scatenato la durissima reazione del governo di Benyamin Netanyahu, che ha accusato i registi di antisemitismo e aperto inchieste per la divulgazione di materiale classificato.
Come evidenziato dalle denunce della piattaforma Articolo 21, l’approvazione definitiva del ddl in Italia potrebbe legittimare il blocco preventivo o il sequestro di opere come Naza, impedendone la distribuzione nelle sale e nei festival. L’accusa di promuovere contenuti antisemiti, riformulata sulla base della definizione IHRA, diventerebbe la chiave giuridica per interdire qualsiasi narrazione non allineata alle posizioni governative.
Il rischio concreto è quello di scivolare verso un pericoloso conformismo culturale guidato dall’alto, dove l’arte e il giornalismo d’inchiesta vengono sacrificati sull’altare della propaganda e della protezione diplomatica. Le proteste di piazza che stanno attraversando le principali città italiane rivendicano la necessità di scindere il sacrosanto contrasto a ogni forma di razzismo dal diritto costituzionale alla libertà d’espressione, un diritto che non può essere barattato per calcoli politici o per nascondere la drammatica realtà dei conflitti contemporanei agli occhi del mondo.

