Giorgia Meloni ci riprova: butta la pietra e nasconde la mano. Con un video pubblicato sui social, la premier ha definito “vergognosa” la decisione della gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher, accusando la magistratura di mortificare il lavoro delle forze dell’ordine e di impedire allo Stato di difendere i cittadini.
Tuttavia, non appena l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha risposto parlando apertamente di una “insopportabile intimidazione” e di delegittimazione dei giudici, è scattato il collaudato schema della retromarcia strategica. Messa davanti alle proprie responsabilità istituzionali, la premier ha subito corretto il tiro dichiarando: “Non è un attacco ai magistrati, la mia è una difesa dello Stato”.
Questo atteggiamento evidenzia un cortocircuito istituzionale:
- Il bersaglio mobile: Si attacca frontalmente un provvedimento giudiziario per infiammare la propria base elettorale, ma si nega lo scontro istituzionale un secondo dopo, quando l’argomentazione tecnica dei giudici (la mancanza di gravi indizi di reato in base alle leggi vigenti) smonta la narrativa d’emergenza.
- La retorica dello Stato di diritto: Evocare il rispetto dello Stato di diritto a giorni alterni, piegandolo alle convenienze politiche, rischia di indebolire il principio cardine della separazione dei poteri. Il controllo del GIP sulle richieste del PM non è un dispetto al governo, ma la normale applicazione delle garanzie costituzionali.
Cercare il plauso immediato dei social network liquidando come “vergognosa” l’autonomia dei giudici, per poi rintanarsi dietro la formula della “difesa delle forze dell’ordine”, non è fermezza istituzionale. È, appunto, l’antico gioco di chi lancia la provocazione e poi si sottrae al reale confronto sul merito delle leggi.
https://youtube.com/shorts/ImcIzL1qZP0?si=6EX1XUJSNTzRRn8_
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