NEW YORK — Nella liturgia del potere americano, le elezioni di metà mandato sono da sempre il termometro più spietato per misurare lo stato di salute di una presidenza. Ma per Donald Trump, l’appuntamento elettorale del prossimo 3 novembre rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più profondo: il brusco risveglio da un sogno imperialistico di conquiste politiche, infrantosi contro il muro del dissenso interno e l’isolamento mediatico.
L’illusione imperiale e i numeri del declino
Per anni, l’amministrazione Trump ha cavalcato una narrazione improntata all’espansione e alla sottomissione dei tradizionali equilibri politici, sia domestici che internazionali. Uno spirito quasi “imperiale”, dove il consenso non veniva cercato attraverso la mediazione, ma imposto con la forza della polarizzazione.
Oggi, i dati dicono che quella strategia ha esaurito la sua spinta propulsiva. I sondaggi fotografano una situazione di fortissimo rischio per la Casa Bianca e per il Partito Repubblicano. I Democratici sono dati in netto vantaggio di otto punti percentuali per il controllo della Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi. Al Senato la partita è aperta su 35 seggi, ma la mappa dei cinque Stati chiave in bilico pende pericolosamente verso sinistra.
A pesare come un macigno è il crollo verticale della popolarità del Presidente. Il suo tasso di gradimento si è arenato intorno al 37%, un dato che lo allinea ai minimi storici registrati da George W. Bush e che lo consacra come uno dei leader più impopolari degli ultimi quarant’anni a questo punto del mandato.
L’assedio al forte: il Congresso come un incubo
Se le proiezioni dovessero trovare conferma nelle urne, lo scenario per Trump diventerebbe quello che gli analisti definiscono un vero e proprio incubo politico. Perdere la maggioranza al Congresso significa trasformarsi istantaneamente in una “anatra zoppa”.
Un Campidoglio a trazione democratica non si limiterebbe a congelare i progetti legislativi della Casa Bianca, ma utilizzerebbe il potere di bilancio e, soprattutto, lo strumento delle commissioni d’inchiesta per mettere sotto assedio l’amministrazione, spulciando ogni decreto e ogni nomina degli ultimi anni.
La fuga dai giornalisti e il bavaglio ai media
La parabola discendente si riflette in modo plastico nel deterioramento del rapporto tra il Presidente e la stampa. Quello che un tempo era un palcoscenico per i suoi show mediatici è diventato un terreno minato. Di fronte alle domande sempre più incalzanti e curiose dei reporter, la reazione della Casa Bianca si è irrigidita fino a giungere a misure drastiche.
Non potendo più controllare la narrazione, l’amministrazione ha scelto la via dell’esclusione. Con un provvedimento senza precedenti, la Casa Bianca ha formalmente negato l’ingresso alla sala stampa e alle conferenze ufficiali ai giornalisti delle testate considerate ostili o troppo critiche. Giganti dell’informazione come CNN, Politico e MSNBC si sono visti ritirare i pass di accesso.
Una mossa che sa di ritirata strategica e che ha compattato il fronte dei media: i principali network americani hanno risposto uniti, depositando un esposto legale congiunto contro l’amministrazione per violazione della libertà di stampa.
Il 3 novembre non si voterà solo per il rinnovo del Congresso. Sarà un referendum su un modello di potere che ha confuso il governo di una democrazia con la conquista di un impero personale, e che ora scopre quanto possano essere fragili le sue fondamenta.
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