Mentre il Paese fa i conti con bilanci interni drammatici, l’Ucraina chiede altri 70 miliardi extra. Ma la diplomazia della parola resta un miraggio.

Oggi l’Italia celebra San Francesco d’Assisi, il patrono che indicò al mondo una via rivoluzionaria: la guerra non si combatte con le armi, ma si disinnesca con la pace e la parola. Eppure, a guardare l’agenda politica del nostro governo, quel messaggio sembra un fossile del passato. Mentre la Costituzione all’articolo 11 ripudia solennemente la guerra, i fatti d’attualità ci raccontano una storia opposta. Una storia fatta di bilanci sacrificati, corse agli armamenti e un profondo, silenzioso conflitto d’interessi che si consuma nei palazzi del potere.

Il cuore del problema sta nelle priorità economiche dello Stato. Negli ultimi anni la spesa militare italiana è rimasta al centro di forti tensioni politiche, schiacciata tra le pressanti richieste della NATO e le reali necessità dei cittadini. Anche quando l’esecutivo è costretto a rivedere i piani per far quadrare i conti della manovra finanziaria, la tendenza di fondo non cambia: miliardi di euro di fondi pubblici vengono sistematicamente vincolati all’acquisto di sistemi d’arma e tecnologie belliche. Risorse sottratte direttamente alla sanità pubblica, alla scuola e al sostegno delle famiglie più vulnerabili. Una scelta politica precisa, che antepone i profitti dell’industria militare al benessere della collettività.

A gestire questa enorme transizione di denaro pubblico c’è il Ministro della Difesa, Guido Crosetto. È qui che emerge il nodo etico più stringente. Prima di sedere sulla poltrona ministeriale, Crosetto è stato per anni il presidente dell’AIAD, la federazione che rappresenta i produttori italiani di armi e aerospazio. Nonostante le dimissioni formali dalle cariche societarie prima del giuramento, la domanda politica resta aperta ed enorme: è opportuno che a guidare le scelte strategiche sulla Difesa e a stanziare fondi pubblici per gli armamenti sia proprio l’uomo che fino a ieri guidava la lobby dei costruttori di armi? Il rischio che le scelte geopolitiche del Paese siano modellate sugli interessi dei colossi industriali anziché sulla diplomazia è più che un sospetto.

L’assurdità di questa spirale bellica trova la sua massima espressione nelle ultime notizie sul fronte internazionale. In queste ore, da Kiev è arrivata una richiesta che ha raggelato le cancellerie europee: il presidente ucraino Zelensky ha stimato un fabbisogno finanziario e militare extra che sfiora i 70 miliardi di euro per il prossimo futuro. Una cifra astronomica che l’Occidente e l’Italia dovrebbero accollarsi, mentre all’interno dei propri confini si discute ogni giorno di tagli ai servizi essenziali e di sacrifici per i contribuenti. Alimentare una guerra d’usura infinita a colpi di forniture miliardarie non fa che allontanare l’unica vera soluzione: un tavolo negoziale.

Continuare a finanziare la corsa alle armi significa rinunciare in partenza alla pace. L’alternativa non è l’indifferenza, ma il coraggio di cambiare paradigma. Finché i governi preferiranno ascoltare le ragioni dei produttori di armi piuttosto che i bisogni della collettività, la “diplomazia della parola” resterà un miraggio. È tempo di rimettere al centro l’uomo, i suoi diritti sociali e quel disarmo del cuore che San Francesco predicava già otto secoli fa.

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