I guardiani del baro. Editoriale di Marco Travaglio del 05/05/2018

05/05/2018 – Se mai gli storici vorranno capire qualcosa in questi due mesi di farsa, dovranno partire dai cosiddetti mezzi d’informazione, per due motivi. 1) I leader, chiamati dal sistema proporzionale a trovare un’intesa per un governo di coalizione, hanno alzato bandiera bianca senza mai parlarsi direttamente e ufficialmente a carte scoperte, ma comunicando soltanto a distanza con monologhi in tv, sui giornali e sui social. Mai un solo incontro diretto attorno a un tavolo per confrontare i rispettivi programmi e verificare gli eventuali punti di contatto. Ciascuno andava in tv, postava qualcosa su Fb, rilasciava interviste a quotidiani per comunicare apoditticamente la propria incolmabile distanza dagli altri, senza mai incontrarne uno solo vis-à-vis per entrare nel merito. 2) Siccome i giornaloni rispondono alle grandi lobby politico-economico-finanziarie, nei vuoti di potere hanno sempre tifato per la “governabilità” e la “stabilità”, esaltando chi aiutava i governi a formarsi e demonizzando chi li sabotava.

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Cinque anni fa si scordarono addirittura il pedigree criminale della Banda B. e i giuramenti di Napolitano (“mai e poi mai mi farò rieleggere”), pur di lasciarlo al Quirinale (Rodotà, pussa via!) e propiziare il governissimo Pd-FI-Centro, in barba agli elettori che avevano premiato il M5S e bocciato le larghe intese.

La parola d’ordine, per Corriere, Repubblica, Messaggero, Stampa con l’aggiunta delle gazzette pidine e berlusconiane, era un governo purchessia e a ogni costo che salvasse i loro padroni dai barbari pentastellati (la Lega era data per morta). E furono accontentati.

Memorabile lo spettacolo di Repubblica che, ridotta a protesi di Re Giorgio, rinfoderò in tutta fretta le famose “10 domande” al Caimano e 30 anni di armamentario antiberlusconiano per benedire l’ometto di Stato che tornava al governo col Pd alla vigilia della condanna definitiva e ci restava fino all’espulsione dal Senato.

Indimenticabili i peana ai “responsabili” del Nuovo Centro Destra – il partito di Alfano&C., staccatosi da FI per non staccarsi dalle poltrone – dipinti da Scalfari & C. come eredi di Cavour, Einaudi e De Gasperi. Digerivano tutto, i repubblichini, pur di tenere in piedi il governo. Persino Renzi che riabilitava B. al Nazareno e rovesciava Letta, con la vecchia stampella Alfano e la new entry Verdini. Tutta brava gente, in nome della governabilità.

Oggi invece, che un governo nasca o non nasca, non frega più niente a nessuno. Perché, se nascesse, non potrebbe prescindere da almeno uno dei due trionfatori del 4 marzo: i putribondi Di Maio e Salvini, che osano non obbedire a lorsignori. Così, da valore in sé da sbandierare a prescindere dalla questione morale e penale, la “governabilità” è diventata quasi un male. Se i vincitori delle elezioni si dividevano le presidenze delle due Camere, era un inciucio vergognoso.

Ancora ieri Francesco Merlo – che non fece un plissè per l’elezione di Schifani (dicesi Schifani) a presidente del Senato con l’astensione Pd e sciolse inni imperituri al governo Renzi con dentro gli alfanidi e i verdinidi –fremeva di sdegno su Repubblica per “la berlusconiana Casellati” a Palazzo Madama, come se nel centrodestra esistessero anche gli antiberlusconiani. Se Di Maio si adegua al proporzionale rifiutando per decenza ogni contatto con B., ma offrendo un contratto a Lega e Pd, è un volgare doppiogiochista assetato di potere. Se dice di preferire un’intesa di programma con un Pd rinnovato, è un dittatorello che chiede la testa di Renzi e si impiccia in casa d’altri. Se definisce il Pd la sua prima opzione, è un bugiardo che vuol nascondere i patti segreti già conclusi con Salvini. Se chiede a Salvini di mollare B. per cambiare qualcosa, è un arrogante che vuole spaccare il centrodestra (così unito di suo). Se chiede al Pd di sposare politiche sociali compatibili col programma M5S, è un ducetto che vuole spaccare il Pd. Qualunque cosa faccia Di Maio è sempre sbagliata, come pure quella opposta. Prima era uno sfasciacarrozze settario perché non voleva allearsi con nessuno, ora per Merlo è un trasformista con “la gobba di Andreotti” perché vuol persino fare un governo, pensa te.


Se poi Fico incontra il Martina, si sente dire che si può dialogare per un’intesa di governo e lo annuncia al Colle e ai cittadini, non è un politico che si fida della parola altrui: per Merlo è un bugiardo matricolato come “Alì il comico”, il ministro di Saddam che “magnificava come vittorie tutte le sconfitte del regime”. Merlo naturalmente non si occupa delle giravolte di Martina e dei sabotaggi di Renzi. Anzi attribuisce l’aborto di qualunque governo non a chi li ha boicottati tutti, ma a chi più ha provato a farne uno: il “perdente” Di Maio, che “non ha portato all’incasso il biglietto della lotteria”, “non ci ha saputo fare”, “ha trafficato con la casta”. Di Maio ha torto persino quando denuncia lo sconcio di una Rai con tre reti e tre tg in mano a Renzi e promette ciò che da sempre chiede anche Repubblica, cioè una legge che rimpiazzi i lottizzati con professionisti scelti per curriculum e non per tessera: “Di Maio come Berlusconi: editto bulgaro contro i direttori dei Tg Rai” (Sebastiano Messina, Repubblica). Cose che capitano quando i partiti sconfitti hanno tutti i media e i vincitori nemmeno uno. Resta una curiosità: quale governo volevano i Merlo, i Messina e gli altri che la sanno lunga? E come avrebbero fatto, al posto di Di Maio e Salvini, o di Mattarella, a farne uno? Domanda oziosa. Sono già pronti con l’incenso per il governo “di tutti” (dove per fortuna non entrerà nessuno) e delle “riforme” (che per fortuna non vedremo mai). Per dare una lezione agli elettori che, da quando non leggono più Repubblica, sbagliano sempre a votare.
(pressreader.com) di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano 5-5-2018)
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