Definizione, conseguenze e casi più vergognosi – Imprese italiane all’estero: le cifre

APPROVATO L’EMENDAMENTO M5S CONTRO LA DELOCALIZZAZIONE! Stabilità: VITTORIA DEL MOVIMENTO 5 STELLE è passata la norma ANTI-DELOCALIZZAZIONE!!!! Grande Tia Fantinati !!! e tutti i ragazzi di commissione attività produttive!!! da quando entrerà in vigore le aziende che delocalizzano licenziando almeno metà dei dipendenti dovranno restituire i finanziamenti pubblici ricevuti!
Quando si parla di aziende italiane che delocalizzano il primo nome che viene in mente è quello della Fiat che, stando almeno alle continue minacce di Sergio Marchionne, potrebbe anche decidere di chiudere definitivamente i conti con l’Italia (nonostante gli oltre 50 anni di aiuti economici e di facilitazioni da parte dello Stato). Negli anni ha spostato parte della produzione negli stabilimenti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina, con la perdita di oltre 20mila posti di lavoro (dai 49.350 occupati nel 2000 si è arrivati a 31.200 nel 2009, secondo l’Espresso).

L’azienda simbolo del sistema produttivo italiano non è comunque l’unica che abbia deciso di produrre all’estero (nel suo caso in diverse location, dalla Polonia alla Serbia). Ultimo caso in ordine di tempo quello della Firem, azienda specializzata nella produzione di resistenze elettriche, che ha fatto molto scalpore con la notizia del trasferimento senza preavviso in Polonia. Una fuga notturna dei macchinari che i dipendenti hanno scoperto solo attraverso una lettera che li informava del rinvio della ripartenza post-ferie agostane al 2 settembre. Peccato che, invece che in provincia di Modena, i dipendenti erano attesi a 1279 kilometri di distanza, a Olawa al confine con la Repubblica Ceca. Una follia resa meno amara dal parziale dietrofront della proprietà che, a quanto pare, continuerà a tenere parte della produzione a Modena.

Ma è davvero un caso isolato? La delocalizzazione sembra essere diventato lo sport nazionale delle aziende italiane in periodo di crisi economica. Produzione, progettazione e ricerca ma anche call center, tutto viene spostato dove conviene. Fiat è il nome più altisonante, ma gli altri non sono da meno. Quale che sia il prodotto (o servizio) da produrre, all’estero ci sarà sempre qualcuno più conveniente di noi cui affidare il compito. Vediamo qualche esempio.
Bialetti: la moka è ormai prodotta in Cina e l’omino ha ben poco di italiano.
Omsa: la produzione è stata spostata in Serbia portando 320 dipendenti alla cassa integrazione.
Geox: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam, così su circa 30mila lavoratori solo 2mila sono italiani.
Dainese: la griffe per motociclisti produce quasi tutto nei due stabilimenti in Tunisia.
Ducati Energia: produzione negli stabilimenti in India e Croazia.
Benetton: gli United Colors sono sempre più targati Croazia, così come i capi della Stefanel.
Calzedonia: il brand di intimo produce quasi tutto in Bulgaria.
Rossignol: tutto per la montagna, ma prodotto nello stabilimento in Romania, con 108 esuberi a Montebelluna qualche anno fa.
Call center telecomunicazioni: praticamente tutte le aziende del settore hanno esternalizzato i call center, affidandoli ad operatori in outsourcing all’estero, per un totale di oltre 5mila posti di lavoro persi. Telecom Italia ha call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia; Wind in Romania e Albania; H3G in Albania, Romania e Tunisia; Wind in Romania; Sky Italia in Albania.
Tutto questo senza contare i marchi e le aziende che sono state vendute in toto o in parte a investitori esteri e che, quindi, molto spesso decidono di spostare la produzione (ne sono ottimo esempio le case di moda, da Gucci a Valentino passando per Prada). Mettendo insieme le une e le altre un dubbio atroce si affaccia alla mente: ma ha ancora senso parlare di sistema produttivo italiano? Fonte
aziende

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