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Bari, madre fa arrestare il figlio latitante. Poi in una lettera spiega: “Odiami pure, volevo salvarti la vita”
novembre 22, 2017 Ambiente e salute

22/11/2017 Corato (BARI)- Con una soffiata aiuta i carabinieri ad arrestare il figlio, evaso dagli arresti domiciliari. «Andatelo a prendere, è all’ospedale. Ha accompagnato la fidanzata a fare un’ecografia, la ragazza è incinta». Chissà quanto è costato a Daniela Manzitti, origini piemontesi e una passione per la Lega di Salvini, raccontare al maresciallo della stazione di Corato dove avrebbe potuto trovare il figlio ricercato dalle forze dell’ordine. Il ragazzo, arrestato per spaccio e furto aggravato, si era dato alla macchia tre mesi fa, lasciando i domiciliari.
Da allora, Daniela, diploma di ragioniera conseguito trenta anni fa in un paesino della cintura metropolitana di Torino e lavoro di controller a Corato, si consumava nell’angoscia che quella latitanza potesse finire in tragedia.

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«Ho fatto un gesto necessario e inevitabile», dice la mamma dopo l’imbeccata che ha messo fine alla latitanza del figlio Michael. In una lettera aperta, pubblicata sul suo profilo Facebook e dal sito locale Coratolive, spiega al «carissimo figlio», un po’ scapestrato, che «ho fatto qualcosa che una madre non vorrebbe e non dovrebbe mai fare: ho tradito la cieca fiducia che tu da 24 anni riponevi IN me, consegnandoti nelle mani di qualcuno che di te non sa nulla, se non il tuo nome le tue bravate». Una scelta per salvarlo da conseguenze più gravi, proprio ora che sta per diventare papà. Lei confida che il giovane capisca e lunedì ha scritto: «C’è un legame potente tra una madre e i suoi figli… un filo sottilissimo, invisibile ma, non c’è lama così tagliente che possa scalfirlo: si chiama Amore vero». Ma ecco la lettera della madre al figlio.

«Carissimo figlio mio, l’altra mattina ho fatto qualcosa che una madre non vorrebbe e non dovrebbe mai fare: ho tradito la cieca fiducia che tu da 24 anni riponevi in me, consegnandoti nelle mani di qualcuno che di te non sa nulla, se non il tuo nome le tue ‘bravate’. È stato un gesto necessario e inevitabile. Le notizie frammentarie e confuse che mi giungevano durante la tua assurda latitanza mi trafiggevano il cuore e, purtroppo, non avevo modo di poterti raggiungere, aiutarti a ragionare e a trasmetterti il malessere che stavo vivendo.

Ciò che tanto mi opprimeva era il continuare la solita vita quotidiana che iniziava la mattina indossando quella ‘maschera’ di normalità e finiva la sera quando, rientrata a casa, la riponevo sul comodino… Sempre attenta al telefonino, accertandomi che fosse carico, acceso e che non fossero arrivati sms che non avessi letto; ansiosa di ricevere un tuo cenno, una tua notizia. Nel contempo, terrorizzata quando sul display compariva un numero a me sconosciuto che potesse annunciarmi una disgrazia, un fatale incidente, un tragico epilogo della tua vicenda.



Il susseguirsi dei controlli durante il giorno, durante la notte a casa nostra, a casa di amici e conoscenti, non facevano altro che accentuare l’angoscia di saperti in pericolo, braccato da ogni forza di polizia in ogni luogo. Spesso leggevo negli occhi di qualcuno di loro la rabbia e l’accanimento nei tuoi con confronti, il loro desiderio morboso di volerti prendere quasi come per aggiudicarsi un ‘trofeo’ da collezionare. Quando se ne andavano, temevo che, se ti avessero trovato, anche un solo tuo innocente movimento, una innocua mossa falsa che avresti potuto commettere, avrebbe potuto scatenare una loro reazione tragica e sproporzionata, decretando un drammatico finale.

Anni fa morì un tuo carissimo amico, un fratello per te. Ricordo chiaramente le parole che sua madre mi sussurrò quando mi avvicinai a porgerle le condoglianze: ‘Daniela, avrei preferito andare in carcere a fargli visita per tutta la vita, almeno avrei potuto vederlo, abbracciarlo e parlargli ancora… Tu sei fortunata!’.

Il non sapere dove stavi, come sopravvivevi, dove dormivi, chi potevi incontrare durante il tuo ‘oscuro’ cammino, mi logorava da mesi. Non c’era più pace nel mio cuore e nella mia testa… Ero una candela la cui fiamma si stava spegnendo giorno dopo giorno, ora dopo ora…


Quella mattina ti eri accorto che qualcosa non andava. Forse leggevi nei miei movimenti l’ansia e l’angoscia che mi rendevano incerta e timorosa. Mentre mi avvicinavo a te, i nostri occhi sono immersi gli uni negli altri, quasi a fondersi in un unico sguardo e io mi sentivo come ‘Giuda’ che tradì suo fratello… Ho abbassato il capo ti ho consegnato a chi ti stava cercando da troppo tempo…

Volevo morire, ma mi convincevo sempre più di aver fatto la cosa giusta. E poi, il comandante mi aveva dato la sua parola: niente violenza. Massima discrezione e rispetto dei tuoi e dei miei diritti di madre. Parola mantenuta!
Anche tu, d’altronde, hai dimostrato maturità, saggezza e rispetto del momento così difficile e inaspettato. Mentre ti circondavano e ti inducevano a mantenere la calma, io ti chiedevo perdono per quello che avevo fatto. Tu cercavi miei occhi e io, con la morte nel cuore, cercavo i tuoi… Più volte hai ripetuto che mi avresti odiata per il resto della tua vita.

Odiami ragazzo mio, odiami finché vorrai… Io, al contrario, continuerò ad amarti con la stessa intensità di sempre e anche di più. Un giorno ammetterai che, in cuor tuo, era ciò che volevi anche tu: porre fine a questo supplizio. Forse mi vorrai incontrare e io avrò la conferma di essere una madre ‘fortunata’ perché potrò ancora vederti, abbracciarti e parlarti…»
Tua madre
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