Fake news, Gabanelli: ‘Altro che bufale, sono più pericolose le scelte dei politici’

19/01/2018 – Intervistata da Carlo Tecce del Fatto Quotidiano, l’ex conduttrice di “Report” Milena Gabanelli ha espresso la sua opinione sul nuovo servizio anti fake news della Polizia Postale annunciato dal ministro dell’Interno Marco Minniti:

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“Se la polizia postale risponde velocemente ad un cittadino che chiede se è vero o no che c’è stato un attentato a Canicattì, benissimo. È un po’ esagerato metterla giù così pomposa, quando la polizia postale fa già questo di professione. C’è un aspetto deterrente: magari qualcuno si spaventa a raccontare palle e ne racconta meno. Terza ipotesi: il Viminale sa che c’è in corso una campagna sotterranea e mirata di disinformazione, e si sta attrezzando. Ma questo si può fare senza grandi annunci, credo”.

Alla domanda se le presunte fake news diffuse russi possano influenzare le prossime elezioni, la giornalista ha replicato dicendo di essere più preoccupata per le scelte dei politici.

 La Gabanelli, che ha approfondito il fenomeno delle false notizie in rete, ha spiegato come non farsi fregare: “controllare se chi pubblica la notizia ha un nome e cognome reale, se la notizia è riportata da qualche altro sito, se le date corrispondono”. Tutto questo, ha aggiunto, si può fare in modo molto “elementare”, con i motori di ricerca.




Tecce ha poi chiesto perché si crede che le fake news siano un’esclusiva della Rete. La Gabanelli ha risposto spiegando che sul web è più facile diffondere bufale in quanto “chiunque può raccontare quello che vuole in forma anonima”.

  Il web, ha proseguito “ha solo fatto esplodere le debolezze di un sistema con poca reputazione, e che quindi non può nemmeno alzare tanto la voce. Le testate e le firme autorevoli, infatti, ne hanno risentito meno e sono diventate anche più ricercate”.

E in merito all’attività dei giornalisti, che spesso dedicano più tempo a cercare fake news che produrre vere news, la giornalista ha detto:


“È un esercizio facile, molto di moda, non richiede impegno e fa comodo a tutti, tranne ai lettori, o telespettatori, o utenti, che alla fine ingoiano spesso aria fritta”.

In questi giorni si celebrano il film The Post e gli scoop degli anni 70 delNew York Times e del Washington Post, simboli del giornalismo più puro: quello che scrivono è vero. Per i giornali italiani, invece, la percezione è opposta. Di chi è la colpa? E quando i lettori hanno smesso di confidare – nel senso di avere piena fiducia – nei giornali italiani?

Non è una percezione solo italiana. Però non sarei così drastica. I lettori italiani, come quelli di tutto il mondo, hanno le loro abitudini, e credono ai giornali che gli raccontano il mondo come lo vedono loro. Quante volte sentiamo dire “i nostri lettori si attendono che gli diciamo questo o quest’altro?”. La distorsione sta proprio qui. E poi c’è un calo generale del senso della reputazione, che di solito dovrebbe fare la differenza.

Una domanda sulla Rai, sul dibattito fra artisti e giornalisti nel servizio pubblico. Uno come Vespa – che col contratto di artista è riuscito a ottenere un compenso oltre il tetto di 240.000 euro – può raccontare la campagna elettorale?

È un’anomalia tutta Rai: se non sei inquadrato in una testata giornalistica (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews, e relative rubriche), ma negli spazi delle reti, sei contrattualizzato come autore o conduttore (a meno che tu non sia un giornalista dipendente). In questo modo l’azienda non deve versare i contributi Inpgi, ma all’Enpals (oggi Inps), che sono più bassi. Ho condotto per vent’anni Report e non sono mai stata contrattualizzata come giornalista, pur essendo iscritta all’Ordine, che a sua volta non ha mai fatto nulla per modificare questa anomalia. Ciò detto, tutto il mondo sa che Vespa è un giornalista, quindi il tema è il compenso o l’argomento di cui si occupa?
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