“Il caso Waterclosed”: editoriale di Marco Travaglio

23/02/2018 – eri un noto malvissuto di nome Giuliano Ferrara, già spia prezzolata della Cia e giullare di tutte le corti più malfamate della storia repubblicana, da Craxi a Squillante, da Berlusconi-Previti-Dell’Utri-Verdini fino al Giglio Magico, sull’house organ del suo condominio denominato Il Foglio e mantenuto per anni e anni a suon di milioni da noi contribuenti, ha tentato di infangare il nostro giornale per due evidenti motivi: non avendo mai avuto lettori, non si capacita del fatto che altri ne abbiano; non avendo mai avuto un’etica, non si dà pace del fatto che altri ne abbiano una. Il pretesto della sua ultima secrezione di liquami è l’inchiesta della Procura di Roma sulla fuga di notizie di Consip: non quella devastante dell’estate 2016, quando quattro fedelissimi di Renzi (Lotti, Vannoni, Del Sette e Saltalamacchia) sono accusati di aver avvertito gli indagati sulle indagini e sulle intercettazioni, inducendoli a rimuovere cimici, a smettere di parlare al telefono e a sospendere le trattative tangentizie e a salvarsi da guai peggiori.

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Ma quella innocua del 21-22 dicembre 2016: lo scoop di Marco Lillo sulla perquisizione del Noe alla Consip e la testimonianza dell’ad Luigi Marroni che svelava le quattro talpe istituzionali. La prima fuga di notizie rovinò l’indagine di Napoli su manovre e mazzette per truccare un appalto Consip da 2,7 miliardi, il più grande d’Europa. La seconda non ebbe conseguenze, se non rendere pubblica un’indagine già nota agli indagati (grazie alle talpe istituzionali) e ormai impossibile da nascondere (la sede della Consip invasa dai carabinieri sotto gli occhi di centinaia di dipendenti).

Ora alcuni giornali, prima Repubblica (che “bucò” la notizia) e poi il Foglio (il Minculpoppino del renzusconismo) ripartono rispettivamente in tromba e in trombetta sul presunto “golpe” Noe-Woodcock-Fatto che alla vigilia di Natale 2016 avrebbe tentato di disarcionare Renzi: una panzana a cui non crede neppure più Renzi, che si era già dimesso dopo il referendum perso il 4 dicembre. Ma Ferrara, impermeabile ai fatti almeno quanto alla morale, non bada a questi dettagli. E s’inventa il “tentativo di colpire e affondare, con mezzi spregevoli e illegali, il premier (che era già Gentiloni, ndr) e i suoi ministri Renzi (che si era dimesso 18 giorni prima) & C”. La Spectre è “una lobby giudiziario-mediatico-militare che fa ricorso a ogni mezzo per correggere in modo fraudolento verbali di interrogatorio (cosa mai accaduta, ndr), costruendo un’inchiesta sugli appalti pubblici in modo da incolpare presidenti (che non lo erano più, ndr), ministri, familiari e privati”.



Il tutto usando “un giornaletto scandalistico di pronto servizio”, cioè il Fatto che diede il buco a tutti i giornaloni su una notizia vera ed enorme, “per imputare al governo (che non c’era più, ndr) e ai suoi ministri le rivelazioni del segreto investigativo… con l’esplicito intento di scardinare il vertice dell’Arma (infatti Del Sette, appena indagato, fu confermato da Gentiloni, ndr) e del governo (che non c’entrava niente, ndr)”. Il nostro garantista alle vongole, che scambia ipotesi investigative pericolanti per sentenze definitive, mostra “la regina delle prove, la pistola fumante” del “golpe Scafarto”, che è peggio del “Watergate e del Piano Solo”: alcuni messaggi whatsapp fra il capitano Scafarto e due colleghi sull’imminente scoop di Lillo. Naturalmente non c’è nessuna pistola, tantomeno fumante, ma solo dei pistola che non sanno neanche leggere le carte: se un cronista chiama gli investigatori (mai Scafarto) per verificare una notizia, è ovvio che quelli sappiano che si sta occupando della notizia. Molto meno ovvio che gliel’abbiano data loro. Ma il pistola sentenzia che Scafarto è stato “preso con le mani nel sacco nell’esercizio sovversivo di abbattere un governo con la frode e la gogna” (sempre il governo Renzi che si era già abbattuto da solo).

Ora, siccome il tempo, diversamente da Ferrara, è galantuomo, attendiamo che evapori anche questo Piano Sòla, questo caso Waterclosed, come già quello delle talpe Woodcock & Sciarelli. Se però Ferrara, esperto in fughe di notizie dai tempi della Cia, vuole approfondire il tema, non ha che da leggere l’articolo sotto il suo: un’intervista al pm romano Mario Palazzi che indaga su Consip e fughe di notizie, cioè all’ultima persona al mondo che dovrebbe parlarne. Invece si confida amabilmente con la cronista del Foglio sulla “valanga di materiale probatorio” e persino sulla “triangolazione delle utenze telefoniche fra Woodcock, Sciarelli e Lillo”, a suo dire “riscontrata” ma purtroppo archiviata perché gli “elementi” non erano “sufficienti” (per la verità non esistevano proprio: mai Lillo ebbe notizie su Consip da Woodcock e Sciarelli).

Il loquace pm si intrattiene poi col Foglio sugli “scoop del Fatto”, sull’incredibile “arrivo di Woodcock” a Roma per sentire Marroni e sull’inaudito incontro fra Woodcock e il collega romano Paolo Ielo, a cui il pm napoletano stava trasmettendo le carte. Una cosa pazzesca, per il Foglio: “Wodcock e Ielo si riuniscono in una caserma blindata” e intanto “Scafarto informa il solito cronista del Fatto” (non risulta da nessuna parte, ma tutto fa brodo).



Infatti il pm Palazzi preferirebbe “tornare a occuparmi degli Spada a Ostia”. Non male, per chi indaga sulle fughe di notizie (altrui).
Intanto Woodcock è finito al Csm per aver parlato con una giornalista di Repubblica di un’inchiesta non più sua, difendendo la correttezza del suo lavoro, senza citare i suoi ex indagati. Fortuna che la legge non è uguale per tutti, sennò finirebbe al Csm pure Palazzi. Così Ferrara dovrebbe sventare pure il golpe mediatico-giudiziario romano contro Woodcock e il Fatto. E non se ne riavrebbe mai più.
(pressreader.com) – di Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano 23 febbraio 2018 –
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