Pioggia di euro su tre milioni di dipendenti statali a pochi giorni dal voto


24/03/2018 – Ci sono voluti quasi dieci anni ma alla fine i soldi, già accantonati o stanziati in accordi stipulati con i sindacati, stanno arrivando. La tempistica è sostanza: dopo quasi un decennio l’intero settore statale sta per ricevere gli arretrati che lo Stato gli deve per il blocco dei salari disposto nel 2010 e giudicato nel giugno del 2015 dalla Corte Costituzionale illegittimo. Dal 2016 ad oggi tanti vertici e promesse ma le risorse per l’atteso rinnovo dei contratti, da cui dipendono gli incrementi salariali, sono state trovate solo ora, a ridosso delle elezioni politiche: quasi tutti i comparti in cui rientrano i 3,3 milioni di dipendenti pubblici riceveranno tra febbraio e aprile l’aumento in busta paga, con annesso l’arretrato per il biennio 2016-2017. Si è cominciato dagli statali delle funzioni centrali (250mila dipendenti di ministeri, agenzie fiscali, Cnel, Inps, Aci), per poi passare al comparto Sicurezza e Difesa (450mila dipendenti), agli Enti Locali (467mila dipendenti), al comparto scuola (1,2 milioni di dipendenti) e, ultimo della lista, il comparto sanità (500mila dipendenti più 150mila professionisti tra medici, veterinari e dirigenti sanitari).

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Quasi tre milioni di lavoratori pubblici che verranno investiti – se visti nell’insieme – da una pioggia di soldi in busta paga: un miliardo e duecento milioni di euro solo nell’una tantum che racchiude tutti gli arretrati per il biennio appena chiuso. E poi, chi da marzo chi successivamente, verrà riconosciuto l’aumento stipendiale che può variare da 80 a più di 130 euro al mese a seconda del lavoro svolto e dal ruolo ricoperto. Lordi, ovviamente. Cifre lontane dall’essere stratosferiche, ma in tempi di campagna elettorale l’obiettivo è accontentare tutti e da qua passa l’accelerazione del Governo e degli enti locali nello sblocco delle risorse.

Com’è noto, ad aprire le danze degli aumenti stipendiali sono stati i dipendenti “centrali”, quindi dei ministeri, delle agenzie fiscali e degli enti pubblici non economici, oltre al Cnel: per loro l’aumento arriverà a fine febbraio, a una manciata di giorni dal voto del 4 marzo. La platea interessata è composta da 247mila lavoratori del pubblico impiego: l’una tantum con gli arretrati che vanno da 370 a 712 euro arriverà a fine mese. Una media di 492 euro. L’accordo siglato tra Aran, l’agenzia che ha condotto la trattativa per conto del ministero della Pa, e sindacati prevede poi da marzo aumenti a regime, in media 85 euro mensili: dai 63 ai 117, a cui aggiungere l’extra per le classi retributive inferiori. Si tratta di circa 125 milioni di euro che verranno trasferiti nelle buste paga prima del voto, a cui poi si aggiungeranno gli aumenti automatici a regime. Il governo ha stanziato, attraverso le tre ultime leggi di Bilancio, circa 2,8 miliardi da spalmare sul prossimo triennio.



Dopo i “centrali” è stato il turno delle forze armate e dei corpi di polizia. La platea in questo caso è ben più larga, più di 450mila lavoratori così suddivisi: 180mila nelle Forze Armate, 61mila nella Guardia di Finanza, 103mila nei Carabinieri, 100mila in Polizia di Stato e 38mila nella penitenziaria. Per loro non si parla tecnicamente di un contratto perché i loro stipendi sono fissati da un dpr, ma la sostanza è la stessa. In linea generale si tratta di un aumento di stipendio medio di 130 euro ma ci sono differenziazioni a seconda del corpo d’appartenenza. E quindi: per le Forze armate 125 euro lordi in più al mese, 136 per la Gdf e 134 per i Carabinieri, 132 per la Polizia di stato e 126 per la penitenziaria. Quanto agli arretrati, secondo la media dell’amministrazione si tratta di una tantum di 556 euro lordi per i corpi di polizia e 516 per le forze armate. L’accordo è stato siglato la notte tra il 25 e il 26 gennaio ma sui tempi per liquidare gli arretrati (250 milioni in tutto) ancora non c’è certezza. La bandierina del Governo però è stata fissata.


Anche i Vigili del Fuoco hanno visto finalmente rinnovato, a inizio febbraio, il loro contratto. Per loro un aumento medio di 84 euro lordi al mese ma i benefici, secondo il Viminale, sarebbero ben più estesi e arriveranno dalle risorse stanziate per il riordino delle carriere per i 30mila pompieri: 87 milioni di euro. Lo scoglio più grande da superare per il Governo è stata la “filiera della conoscenza”: il comparto scuola è il più grande del settore pubblico, con un milione e duecentomila dipendenti tra insegnanti, personale Ata e dipendenti amministrativi. Anche qui la trattativa è stata serrata e notturna, arrivata a una firma tra governo e sindacati solo all’alba del 10 febbraio. E non è stata affatto semplice, data la vastità della platea e la scarsità di risorse a disposizione, tant’è che una parte dei fondi (circa 70 milioni) è stata sottratta al fondo previsto dalla Buona Scuola per i premi di merito ai presidi, ora quasi dimezzato. Per il settore della conoscenza, in sintesi, l’aumento medio di stipendio è di 96 euro: dagli 80,40 a un massimo di 110,70 euro per il grosso del comparto, i 730mila insegnanti con variazioni a seconda degli anni di servizio, circa 105 euro al mese per i 9500 dell’Afam, poco meno di 85 euro per il personale Ata, 82 euro per i 53mila universitari (non i docenti). Poi gli arretrati: la media è di 450 euro lordi per un totale di circa 550 milioni che nell’arco di pochi mesi arriverà nelle buste paga dei dipendenti della scuola.

Si è naturalmente a uno stadio diverso da quello che ha riguardato la trattativa tra l’Aran e i dipendenti centrali ma le firme sul contratto sono state apposte. È solo questione di tempo. Discorso che vale anche per gli ultimi rimasti fuori, i dipendenti del comparto Sanità, circa 500mila lavoratori tra cui 200mila infermieri, più altri 150mila professionisti tra medici, veterinari e dirigenti sanitari. Anche per loro le rassicurazioni non sono mancate: “Ci sono le condizioni normative ed economiche per avere presto un nuovo contratto anche per il reparto sanità”, ha assicurato ancora una volta la ministra della Pa Marianna Madia. E dopo la trattativa no-stop del 22 febbraio all’Aran è stata siglata la pre-intesa per i lavoratori della sanità: anche per loro 85 euro di aumento medio e arretrati. Era l’ultimo tassello per completare il puzzle dei rinnovi dopo l’accordo raggiunto, anche questo nottetempo, il 20 febbraio per i dipendenti degli Enti locali: per loro sul piatto già ci sono maggiori certezze. L’aumento medio è di 85 euro, perfettamente in linea con gli altri lavoratori del pubblico impiego, e arriverà, sperano i sindacati, nelle buste paga già da aprile. Anche ai 467mila dipendenti di Regioni, Comuni, camere di commercio e città metropolitane saranno riconosciuti gli arretrati, circa 450 euro medi. Il totale del monte arretrati si aggira sui 210 milioni una tantum ai quali dovranno aggiungersi le risorse per l’adeguamento degli stipendi che dovrebbe entrare in vigore il primo marzo. Solo tre giorni prima di recarsi alle urne. Come detto, la tempistica è sostanza. – FONTE
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