Un libro racconta le atrocità dei partigiani. L’Anpi non ci sta e querela l’autore

18/11/2018 – Con il libro “Compagno mitra” hanno nome e volto quei partigiani che uccisero nemici politici e innocenti padri di famiglia. Molti fatti raccontati dallo storico Gianfranco Stella sono noti. Quel che non era noto erano i nomi dei killer e delle bande di gappisti che agivano indisturbati in nome della giustizia proletaria con omicidi, razzie, sequestri ed estorsioni riuscendo a sfuggire alla giustizia o salvandosi con pochi anni di carcere. Come il partigiano Drago: un killer spietato che ammazzò 150 persone, tra cui il sacerdote don Dante Mattioli, il cui corpo non venne mai trovato. Coperto dal Pci, sconosciuto ai libri di storia, nessuno lo disturbò mai e morì nel suo letto con al collo una medaglia al valor militare.

Molti di loro vennero decorati con la medaglia d’oro, altri diventarono persino deputati del Pci o segretari dell’Anpi locale. Ad altri ancora la vita non fu facile, dovettero conoscere la dura fatica nei campi di patate nella Cecoslovacchia sovietica, ma poi dopo pochi anni tornarono a casa dove poterono così ricominciare la loro vita, come se niente fosse.

C’è anche chi fu condannato all’ergastolo subito dopo la fine della guerra, ma potè godere dell’amnistia di Togliatti già dal 1950 e così ripulirsi per gli anni a venire. La carrellata di killer spietati raccolta nel libro Compagno mitra (in uscita su Feltrinelli e Amazon il 15 novembre; per info stella.gianfranco46@libero.it) rappresenta un documento impressionante di come la Resistenza di marca comunista si sia macchiata di crimini orrendi che rimasero impuniti allora e oggi sono stati semplicemente derubricati ad azioni di guerra.

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Con questo libro, il suo autore, lo storico Gianfranco Stella, ha completato l’anello mancante che serviva per una completa pacificazione nazionale: dire i nomi di chi, approfittando del caos seguito all’8 settembre, regolò i conti in vista di una imminente rivoluzione bolscevica. E’ per questo che la presentazione di sabato scorso a Reggio Emilia ha in un certo senso chiuso finalmente il cerchio. Un cerchio iniziato molti decenni fa con la pubblicazione dei nomi delle vittime della violenza partigiana. Semplici nomi, a quali dopo molti decenni si aggiunsero le dinamiche nelle quali maturarono i crimini più efferati. Tutto questo ha alimentato la cosiddetta storiografia revisionista alla quale però mancava spesso un cappello finale: il nome, appunto degli assassini.

compagno-mitra-copia-mediumEbbene, i nomi spesso c’erano, in molti casi si conoscevano perché le inchieste giudiziarie fecero il loro corso prima dell’amnistia. Ma l’amnistia, oltre a salvare centinaia di killer spietati dall’ergastolo, produsse anche un fenomeno ingiusto: mettere al riparo quelle persone delle quali poi nessuno potè parlare, perché in fondo protette dalla cappa onnipresente del partitone rosso, che garantiva loro di poter ricominciare indisturbati la loro vita per non macchiare la vulgata resistenziale che nel frattempo si imponeva nelle scuole, nei libri di testo e nei comuni.

In questo libro di 600 pagine i nomi sono la cosa più significativa. Molte dinamiche, molti eccidi, si conoscevano. Ma ad esse mancava giusto il responsabile. Ed è per questo che l’Anpi sabato ha manifestato davanti all’albergo delle Notarie di Reggio Emilia dove dentro Stella presentava il suo libro con il Centro Studi Italia e la Fondazione Azzolini: perché quei nomi, riportati alla luce da Stella, sono la prova che nel Triangolo della morte, ma anche in Liguria, in Veneto, in Lombardia e in generale in tutto il nord Italia, i partigiani comunisti hanno ucciso innocenti per puro odio ideologico e politico. Dal punto di vista storico, bisognerà dunque arrivare anche ad una revisione di quella stagione che tenga conto appunto anche delle coperture di cui questi criminali hanno goduto.

Basterà, per far comprendere questi silenzi lunghi oltre 70 anni, raccontare anche solo un caso degli oltre 200 resi noti e messi in fila da Stella. E’ quello di un partigiano fantasma, il cui nome non compare neppure nella storia della Resistenza reggiana di Guerrino Franzini, che rappresenta la “bibbia” della vulgata resistenziale. – Continua su FONTE
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