Magistrati arrestati, D’Introno: «Nardi aveva conti in Vaticano, gli ho dato 1,5 mln»

15/05/2019 – Un milione e mezzo di euro dati a Michele Nardi, l’ex gip tuttora in carcere che avrebbe ricevuto anche regali in natura tra cui un Rolex, diamanti, viaggi e lavori di ristrutturazione, poi altri 500mila euro all’ex pm Antonio Savasta. Il tutto per provare a sistemare i suoi problemi giudiziari. L’incidente probatorio nell’inchiesta sulla giustizia truccata a Trani si è aperto con la confessione di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che con il suo racconto è già stato determinante per gli arresti disposti a gennaio dalla Procura di Lecce. E che ieri – confermando il racconto delle mazzette pagate ai giudici – ha depositato un memoriale di 60 pagine con cui ha aperto pure nuovi capitoli: «Nardi – ha detto rispondendo alle domande del procuratore Leonardo Leone de Castris e della pm Roberta Licci – mi disse di avere anche un conto allo Ior, e di temere che i soldi depositati nella banca del Vaticano potessero sparire».

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Una udienza fiume, quella davanti al gip Giovanni Gallo, udienza che dopo quasi 10 ore è stata aggiornata a giovedì per consentire il controinterrogatorio di D’Introno da parte delle difese degli altri indagati, cristallizzando così le dichiarazioni dell’imprenditore di Corato che avranno valore di prova. Il confronto proseguirà (la successiva udienza è fissata al 28) con gli esami di Savasta (avvocato Massimo Manfreda) e di Vincenzo Di Chiaro, il poliziotto finito in carcere con le stesse accuse mosse ai due magistrati (associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso): anche lui, come Savasta (che per questo ha ottenuto gli arresti domiciliari nella sua abitazione di Barletta) ha scelto di collaborare.
D’Introno ha risposto a tutte le domande dell’accusa e ha confermato di aver dato ai due magistrati fiumi di contanti, in più occasioni, nel corso degli anni: «Parte dei soldi – ha spiegato – l’ho prelevata da un conto che avevo in Svizzera».

L’imprenditore ha poi ricostruito la genesi dei suoi rapporti con Nardi e Savasta, e anche la decisione di collaborare: «Ho reso molti interrogatori – ha detto in sostanza – ma mi riconosco solo negli ultimi, perché solo da un certo punto in poi mi sono sentito protetto dalla giustizia: prima temevo che Nardi e Savasta potessero arrivare anche a Lecce». E così D’Introno, sulla cui testa pende una condanna definitiva per usura che gli costerà il carcere, ha raccontato del conto di Nardi nella banca di Oltretevere: «Mi spiegò di aver scoperto lo Ior in occasione di una indagine sul Vaticano, e di aver compreso quanto fosse conveniente avere un conto lì». In effetti, dopo il trasferimento a Roma come pm, Nardi a partire dal 2012 si è occupato dell’indagine sulla bancarotta dell’Idi che portò a numerosi sequestri nei confronti di alti prelati e di persone vicine alla congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione che gestisce l’ospedale specializzato nelle patologie dermatologiche.

L’incidente probatorio riguarda 12 persone tra cui anche l’altro ex pm di Trani, Luigi Scimè (avvocato Mario Malcangi), che insieme a Nardi, Savasta, D’Introno, agli avvocati Giacomo Ragno e Simona Cuomo, a Savino Zagaria (ex cognato di Savasta) risponde di vari episodi di corruzione, concussione, falso, calunnia, millantato credito ed estorsione. Ieri in aula erano presenti quasi tutti gli imputati e le parti offese, con i rispettivi difensori. D’Introno ha parlato anche di Scimè, confermando ciò che aveva detto in sede di interrogatorio a proposito dei soldi che avrebbe dato al pm in un incontro a Milano, ma dicendo di non sapere nulla sul «visto» che Scimé avrebbe messo a una richiesta di sequestro presentata da Savasta per alcune cartelle esattoriali. – [LaGazzettadelMezzogiorno.it]
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