Val D’Agri, nuova Terra dei Fuochi: oltre al petrolio, 854 tonnellate di rifiuti tossici illegali

15/05/2019 – Non c’è solo la perdita di 400 tonnellate di petrolio, ma anche lo smaltimento irregolare di 854mila tonnellate di sostanze pericolose. Nell’area del Centro Oli Val D’Agri (COVA) in 16 anni sono stati contaminati 26mila metri quadri su 180mila. Del giacimento più grande della terraferma, ne avevamo parlato a maggio dello scorso anno, quando Eni aveva ammesso che da agosto a novembre 2016, nella zona c’era stata una “perdita” di petrolio. Parliamo di 400 tonnellate di petrolio… Continua a leggere Informazioni su questo sito web GREENME.IT Val D’Agri, nuova Terra dei Fuochi: oltre al petrolio, 854 tonnellate di rifiuti tossici illegali Non c’è solo la perdita di 400 tonnellate di petrolio, ma anche lo smaltimento irregolare di 854mila tonnellate di sostanze pericolose. Nell’area del Centro Oli Val D’Agri (COVA) in 16 anni sono stati contaminati 26mila metri quadri su 180mila.

In soli sedici anni, 26mila metri quadrati inquinati, pari al 15% del suolo e sottosuolo dell’area del centro Centro Oli Val D’Agri (COVA), il giacimento sulla terraferma più grande d’Europa. Smaltiti irregolarmente 854mila tonnellate di rifiuti pericolosi. Un disastro ambientale che ha prodotto eccessi di mortalità in tutti i campi come accertato dall’indagine epidemiologica condotta da Fabrizio Bianchi, ricercatore del CNR, dove guida l’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica. Ecco cosa c’è dietro le inchieste giudiziarie sull’oro nero della Basilicata che avrebbe dovuto portare ricchezza e benessere diffusi.

Le indagini della Procura di Potenza
Da centro di trattamento degli idrocarburi estratti dal giacimento onshore più grande d’Europa, il COVA è presto diventato causa di disastro ambientale e incidente rilevante come da normativa Seveso-Ter. Ed è ora tornato all’attenzione della Procura della Repubblica di Potenza dopo lo sversamento di 400 tonnellate di petrolio denunciato nel 2017. I Carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico), hanno eseguito, lo scorso 23 aprile l’arresto domiciliare del dirigente ENI, Enrico Trovato, all’epoca dei fatti, responsabile dello stabilimento.

loading…



Il 6 maggio è poi scattata la sospensione per otto mesi dall’incarico di pubblici ufficiali per cinque membri del CTR (Comitato Tecnico Regionale) della Basilicata: Mario De Bona (Vigili del Fuoco), Saverio Laurenza (Vigili del Fuoco), Mariella Divietri (Arpab), Giovambattista Vaccaro (inail) e Antonella Amelina (comune di Viggiano). A loro spettava il compito di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni.

Nell’ordinanza del Giudice per le Indagini preliminari, Ida Iura, risultano così indagate tredici persone e l’Eni, per i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale.

Allarme per il Lago Pertusillo
Come risulta dai sopralluoghi e dai rilievi del NOE nel 2017, gli idrocarburi dispersi dal COVA si erano insinuati nella rete fognaria, riuscendo a contaminare il reticolo idrografico della Val d’Agri, distante solo due chilometri dal lago del Pertusillo. Invaso che costituisce la fonte primaria di approvvigionamento di gran parte dell’acqua destinata al consumo umano di Puglia e Basilicata, oltre che per l’irrigazione di un’area di oltre 35mila ettari.

Sempre secondo le fonti investigative, l’origine della perdita di idrocarburi era stata individuata nei serbatoi di stoccaggio del greggio. Durante i sopralluoghi del Noe e dei consulenti della Procura, a febbraio 2017, infatti, erano stati riscontrati fori passanti sul fondo dei tank che avevano dato luogo alle perdite di prodotto, mai comunicate agli organi competenti. Circostanze già note, alla dirigenza ENI, scrivono gli investigatori, sin dal 2012.

Serbatoi senza doppifondi
I quattro serbatoi erano privi dei doppifondi, misura precauzionale elementare per evitare la dispersione nell’ambiente del petrolio greggio. Realizzata solo dopo il disastro, nei mesi di chiusura dell’impianto nel 2017. Anche gli azionisti critici, ne avevano chiesto conto, nell’assemblea ordinaria di ENI del 2018

ENI, nei giorni scorsi, ha assicurato, così come nel 2017, in una propria nota, che lo sversamento di 400 tonnellate di petrolio è imputabile a uno solo dei 4 serbatoi del Centro Oli.

«L’’evento del 2017 non ha nulla a che vedere con gli episodi degli anni precedenti», avendo «attuato tutte le misure per mettere in condizioni di sicurezza e salvaguardia ambientale l’intera area industriale interessata».

Ma se la società petrolifera ribadisce che «aria e acqua della Val d’Agri sono oggi salubri e incontaminate», i Carabinieri del NOE concludono che «l’opera di bonifica dell’area contaminata è ancora in corso», circostanza che «ha imposto di estrarre in modo continuo tutte le acque di falda dell’area stessa, oramai contaminate, e trattarle come rifiuto».

Cronologia di un disastro
Fatti e dati, intanto, dicono che in soli 16 anni, dalla nascita del centro nel 2001 al 2017, su un’area di 180mila metri quadri, sono stati contaminati almeno 26mila metri quadrati di suolo e sottosuolo, quasi il 15%. E per ben due volte, nel 2016 e nel 2017 gli impianti sono stati messi fermati, sia dall’autorità giudiziaria, che da regione Basilicata, a seguito delle gravi violazioni ambientali riscontrate.

Con la nuova inchiesta della Procura di Potenza, poi, salgono a due i procedimenti giudiziari che pendono sul Centro Oli di Viggiano. Sono, infatti, in corso, dal 2016, le udienze del processo PetrolGate.

L’inchiesta ha consentito di svelare, secondo gli inquirenti, le attività illegali della società petrolifera nel settore dei rifiuti, con sei arresti e 60 indagati per traffico e smaltimento illecito. Anche a seguito di questa indagine, il COVA di Viggiano è al centro della relazione della Commissione Bicamerale di Inchiesta sulle Ecomafie nel 2017. Così come ENI è stata inserita nel rapporto annuale della Direzione Nazionale Antimafia (DNA) del 2017, al capitolo «Crimine Ambientale».

Sostanze inquinanti smaltite come non pericolose per risparmiare denaro
Secondo la DNA, infatti, la dirigenza ENI tra il 2013 e il 2014 ha sviluppato un «ingiusto profitto», attraverso il risparmio sui costi di smaltimento degli scarti di lavorazione liquidi, prodotti dall’impianto di Viggiano, dando vita a «un’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, servendosi di una complessa organizzazione imprenditoriale».

Il COVA, con l’attività di estrazione petrolifera, produce ingenti quantitativi di metildietanolammina e glicole trietilenico. Sostanze inquinanti pericolose, che venivano invece qualificate, scrive la DNA, in maniera del tutto arbitraria come rifiuti non pericolosi. Tutto ciò ha permesso ai dirigenti ENI di far smaltire ingenti quantità di reflui a costi notevolmente inferiori: solo 33,01 euro a tonnellata contro i 40-90 euro a tonnellata previsti dalle aziende del settore. – [Continua su FONTE]
CONTINUA A LEGGERE >>
VIDEO CORRELATI:



Dal momento che sei qui….
… abbiamo un piccolo favore da chiedere.
Scegliere di mantenere gratuito l’accesso a un SITO di informazioni come Lonesto.it significa dover contare anche sulla pubblicità: questa è la ragione per cui vedi tanti annunci. Se vuoi contribuire a migliorare il nostro giornale, basta davvero poco. Quindi Se tu e tutti coloro che stanno leggendo questo avviso donaste 5€, potremmo permetterci di far crescere lonesto.it negli anni a venire senza pubblicità.

Se segui Lonesto.it
fai una donazione!
Grazie al tuo contributo, ci aiuterai
a mantenere la nostra indipendenza
Dona oggi, e rimani informato anche domani.
(Donazione Minima 5€):




Leave a Comment

You must be logged in to post a comment.


Get Widget