Denunciata Virginia Raggi per «sequestro di minori» a Roma

22/05/2019 – Già noto sui social – con più di 107mila ascolti su un video del 2017 – per aver lanciato un appello di denuncia pubblica su un giro di affari stimato in 3mld di euro l’anno, relativamente alle case famiglia, dove vengono mandati i minori italiani «espropriati dallo Stato alle famiglie di origine, sulla base di un provvedimento di Tribunali per minorenni».

La fredda denuncia alla Sindaca Raggi e all’assessore alle politiche sociali di Roma Capitale Laura Baldassarre, formalmente depositata alla Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Roma, l’8 maggio scorso, con protocollo n. 10507 dall’avvocato Carlo Priolo, si configura come una grande testimonianza romana e italiana di esigenza popolare di chiarezza e trasparenza sul fenomeno degli allontanamenti coatti dei minori dalle famiglie di origine, anche detti ‘sequestri di Stato’, ma ancor più nel dettaglio è l’accusa pubblica mossa da una sempre più ingente porzione sociale che vuole vederci chiaro sul meccanismo degli affidi dei bimbi italiani sottratti e accolti nelle cosiddette case famiglia, perché «ciò non diventi un business, se già non lo è, come dimostrerebbero i fatti».

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Carlo Priolo elenca precisamente i dettagli delle sue accuse: «Corruzione, abuso d’ufficio, falsità ideologica, sequestro di persona, violenza privata» indagando sempre più sui «contratti di appalto per la gestione dei servizio di accoglienza da parte delle case famiglia, cosiddette strutture a ciclo residenziale sottoposte al regolamento delle legge regionale del Lazio n. 41/2003. Per ogni minore viene erogata una somma dalle 125,00 alle 400,00 euro giornaliere a bambino che in tutta Italia genera un giro di affari di 3mld l’anno più l’indotto».

Tali importi giornalieri in alcuni casi sembrerebbero non corrispondere alle effettive prestazioni dovute per alloggio ed alimentazione, come è risultato da diversi sopralluoghi effettuati dalle autorità competenti, almeno stando alle dichiarazioni dell’avvocato.

Risulterebbe anche a seguito di una informativa alle autorità dipartimento di prevenzione – U.O.C. servizio igiene alimenti e nutrizione – sia stata riscontrata la totale carenza di ogni autorizzazione e prescrizione per la preparazione e somministrazione di alimenti. Gli ispettori avrebbero anche evidenziato l’assenza di personale formato per la preparazione di cibi per bambini, alcuni allergici o intolleranti come pure riscontrato da parte da parte dei Nas.

Continua Priolo: «Parimenti non risulta che alcun controllo e verifica sia stato effettuato da parte degli organi competenti del Dipartimento delle Politiche sociali di Roma che paga le rette alla case famiglia sulla concreta attività effettuata, sulle concrete prestazioni offerte e sulla adeguatezza della struttura sul versante della abitabilità edilizia-urbanistica e sulla agibilità igienica alimentare e nutrizionale per verificare se, a fronte delle somme erogate, le attività sono state congrue e compatibili, atteso che la fatturazione dei costi, se valida da un punto di vista contabile, non prova che il servizio sia stato adeguato alle somme erogate».

Citata ampiamente nel testo della querela la normativa della Regione Lazio e in particolare la legge regionale Lazio n. 41 /2003, che stabilisce le funzioni e i compiti delle strutture a ciclo residenziale. Detta normativa pone quale prioritario obiettivo il ritorno del minore nella propria casa affidato ai propri genitori tanto che la casa famiglia è aperta agli stessi genitori, ai parenti e a tutto il mondo delle relazioni e dell’ambiente territoriale che ha caratterizzato la vita del minore.

«Tant’è che è prevista la elaborazione di una carta dei servizi e un registro per le visite, come pure sono anche previsti brevi periodi di frequenza nella casa coniugale. Si tratta di servizi finalizzati a interventi socio-assistenziali, educativi integrativi o sostitutivi della famiglia sulla base di un piano personalizzato educativo-assistenziale come definito dall’articolo 1, comma 2 lettera a) della medesima legge».

Le strutture residenziali sono di tipo familiare o a carattere comunitario e consentono l’accoglienza di minori, anche disabili, che temporaneamente o per situazioni di emergenza non possono permanere presso il nucleo familiare, e per i quali non è possibile altra forma di accoglienza e di sostegno educativo. Si considerano come luoghi accoglienti dove gli interventi di operatori competenti in costante collaborazione con i servizi territoriali sono finalizzati a far “star bene” il minore accolto, affinché egli venga il prima possibile restituito ad un percorso di vita ordinario e “normale”.

Conflitto di interessi. A fronte di consistenti somme erogate dal Dipartimento delle politiche sociali di Roma Capitale alle strutture a ciclo residenziale, case famiglia per l’accoglienza di minori e soggetti deboli, la conseguente attività e le prestazioni fornite agli ospiti delle comunità non risulterebbero essere congrui e compatibili con le somme erogate. Inoltre, in alcuni casi si verificherebbero palesi conflitti di interesse tra il soggetto erogante le somme – che ha anche il compito della verifica e il controllo sull’operato dei responsabili delle strutture protette e soggetti appartenenti – e dipendenti dallo stesso ente erogatore che fungono, in collaborazione con gli operatori delle struttura protetta, da esecutori delle prestazioni e delle attività da svolgere in relazione alle somme ricevute. – [FONTE]
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