“Io, primo scienziato italiano nel mondo, vi dico: aboliamo i concorsi universitari”

08/10/2019 – E’ la classifica più aggiornata e larga dei migliori scienziati nel mondo. I più prolifici e citati, con il maggiore impatto sui colleghi e sulla disciplina che studiano. L’ha organizzata, con grande ambizione, la rivista scientifica Plos Biology, statunitense, fortemente accreditata. L’hanno affidata a un medico statistico le cui ricerche fanno scuola – John P.A Ioannidis, professore a Stanford -. Alla fine il lavoro ha spostato le lancette degli archivi scientifici fino agli Anni Sessanta, quindi ha messo insieme 22 campi disciplinari tra loro lontani e 176 sottocampi. Ha certificato, ancora, che sulla Terra i ricercatori che possono (meritano) di entrare in un database globale sono sei milioni e 880 mila e quasi un terzo di questi sono medici. Quindi ha offerto – tra lodi e recriminazioni – la prima classifica mondiale dei centomila più importanti scienziati del mondo. Il professor Giuseppe Mancia, 79 anni, emerito dell’Università Milano Bicocca, medico cardiovascolare, è il primo degli italiani. Il numero 246 al mondo.

Professore, ha visto l’ultimo riconoscimento? Questo, potremmo dire, è matematico.
“Diciamo che mi fa piacere essere al vertice di questa classifica e diciamo che il ranking, se non può essere considerato la Bibbia, sicuramente introduce elementi statistici molto chiari. Fuori dal mio primato, che possiamo attribuire al fatto che scrivo e pubblico ricerche da più di mezzo secolo, se scorro le prime posizioni trovo i migliori colleghi su piazza”.

Tutti avanti con l’età. I primi dieci, in media, fanno 73 anni. Il ranking più aggiornato premia gli scienziati da una vita.
“Plos Biology ha un grande merito: ha ripescato le nostre ricerche più antiche, che fin qui non avevano trovato spazio nelle memorie digitali. E ha restituito un valore a lavori che in molti casi hanno fatto la storia, per esempio, della Medicina. Io ho realizzato studi pionieristici sul monitoraggio della pressione in ambulatorio: gli archivi moderni fin qui l’avevano ignorato. La nuova carriera ricostruita, “career”, appunto, mi sembra attendibile. Se vuoi misurare il valore di uno scienziato ti devi affidare al numero dei suoi lavori, alle citazioni che quei lavori hanno ricevuto, all’impatto che hanno avuto nel suo mondo. Come altro puoi fare, altrimenti? Ti affidi a quello che l’autore dice di sé, “il mio lavoro è importantissimo”, al giudizio dei suoi amici? Poi c’è un altro aspetto”.

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Quale?
“Queste classifiche anglosassoni, che certo possono essere perfezionate, svelano diversi bluff. Ci sono colleghi plurifinanzati dallo Stato italiano che ho scoperto intorno al novecentesimo posto del ranking nazionale”.

Nella classifica stravincono i medici. Sette sui primi dieci, in Italia, vengono da quel mondo.  
“Noi medici scriviamo, scriviamo. E poi siamo tanti, una massa critica. Ma la classifica rende merito ad altri grandi cervelli italiani, un farmacologo come Vincenzo Di Marzio, un chimico come Vincenzo Barone, un fisico come Giorgio Parisi”.

Introduciamo questi ranking nei bandi di concorso universitari?
“Uno Stato, nel momento in cui sceglie i migliori ricercatori, deve tenerne conto, così come l’Agenzia di valutazione Anvur tiene conto dei premi europei vinti. In verità, però, io sono contro i concorsi pubblici”.

Perché?
“E’ indubbio che una parte dei bandi, minoritaria per fortuna, sia costruita su nomi prescelti, ma la cooptazione resta il metodo migliore per scegliere uno studioso. Un dipartimento deve chiamare la persona che ritiene più adatte alle sue esigenze, come accade negli Stati Uniti e in Inghilterra”.

Negli Stati Uniti e in Inghilterra gli scienziati possono continuare a lavorare negli atenei e nelle Fondazioni in età avanzatissima.
“Studiare mantiene il cervello giovane. Abbiamo ancora da dare alla scienza e ai nostri allievi. Io vado in Bicocca quasi tutti i giorni, a 79 anni ho diversi progetti aperti”.

Lei si è laureato nel 1964. La università italiane sono migliorate da allora?
“Sì, senz’ombra di dubbio. In Italia ci autoflagelliamo. Il livello dei nostri ricercatori è alto, altissimo sul piano quantitativo. Oggi i giovani studiosi hanno la capacità di presentare i lavori e fare una sintesi, qualità in passato rara”.

Fare ricerca allarga il pensiero.
“Fare ricerca è entusiasmante. Ti fa entrare in nuovi campi, per i quali credi di non essere preparato, e affina il tuo modo di ragionare. Io, oggi, dell’apparato cardiovascolare ne so di più di quando ero giovane. E ne so di più del resto del corpo umano. Per interpretare i dati, poi, ho dovuto imparare un po’ di statistica. Ecco, se devo individuare un rischio del sapere contemporaneo è proprio la conoscenza parcellizzata, troppo specifica: spesso non ti consente intuizioni che cambiano il corso di quella disciplina”.

Il precariato è un disastro per la ricerca italiana o una condizione fisiologica per chi fa il ricercatore?
“In Italia è un problema gravissimo. Ci sono post-universitari che non sanno di che vivranno quando il loro progetto sarà terminato. Anche qui, negli Stati Uniti hanno trovato la soluzione intermedia: le tenure track. Tengono conto del tuo passato anche quando non hai ancora un posto a tempo indeterminato. La ricerca innovativa, quella che rischia e resiste all’usura, ha bisogno di tempo. Quella che entra subito nei circuiti ha invece il fiato corto. Il “pubblica o muori”, la fretta del risultato, sono la fine dello studio, la prima ragione della montagna di falsi che la ricerca contemporanea sta producendo”.

Lo sa che gran parte dei rettori italiani guida le università dove ha studiato o quelle a pochi chilometri di distanza?
“L’immobilismo geografico è assolutamente negativo. I rettori, va detto, hanno un atteggiamento difensivo perché se lasciano l’ateneo certo dove oggi lavorano e insegnano non sanno che cosa possono trovare. In America puoi lasciare Harvard per un’università dell’Alabama se questa ti offre laboratori e strumenti, stipendio migliore, magari l’auto di servizio. Qui da noi, per esempio al Sud, ti danno una cattedra, nel senso materiale, e una poltrona. Stop. E allora resti nell’università vicina a casa”.

Lei è il primo scienziato italiano contemporaneo, dice Plos Biology. Ha ricevuto tre lauree e due professorati ad honorem da cinque università straniere. Un pensiero al Premio Nobel?
“Non c’è ricercatore che non lo sogni, ma quello è imprevedibile. Se lo aggiudica più facilmente chi ha scoperto elementi iperspecifici piuttosto che chi ha spaziato in più ambiti avendo, alla fine, un impatto forte nel suo campo di studio. Il grande Giuseppe Moruzzi è stato un padre della neurofisiologia mondiale. Ogni studioso di alto livello che voleva qualificarsi passava da lui, da Pisa. Venivano da tutto il mondo. Bene, non ha mai vinto il Nobel”.

Cosa ha insegnato ai suoi figli?
“A studiare, certo. La prima figlia si è laureata in Lettere, ma preferisce fare la mamma. Il secondo è un architetto free lance. Se guardo indietro capisco che sì, ho insistito sullo studio in maniera ossessiva. Ho esagerato”. – [FONTE]
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