Parla il fondatore di Revolut: “Le banche ridevano di noi, ora vogliono copiarci. Solo le grandi sopravvivranno”

08/11/2019 – Le banche? “I loro profitti sono destinati a calare. Le più grandi sopravvivranno, le altre no“. Nik Storonsky, 35 anni, fondatore e amministratore delegato di Revolut, è un imprenditore con pochi fronzoli. Non ama sprecare le parole e sceglie con cura ogni frase per andare dritto al punto. Rifugge dagli inutili bizantinismi e non nasconde gli ambiziosi obiettivi della società che punta a raccogliere 1,5 miliardi di dollari tra equity e prestiti convertibili per diventare la più grande fintech d’Europa: “Siamo nati quattro anni fa e abbiamo oltre 8 milioni di clienti, in Italia ne abbiamo 300mila ma arriveremo a mezzo milione prima di fine anno. Puntiamo a un milione per il 2020 e quota 5 milioni in cinque anni. Il trend è segnato”.

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La nascita di Revolut fu segnata da una vera e propria dichiarazione di guerra al mondo bancario, ora i toni sono cambiati, ma l’obiettivo è lo stesso: rivoluzionare il mercato per “mettere il cliente sempre al centro. Abbiamo la licenza bancaria e aumenteremo sempre di più i nostri servizi, ma non vogliamo creare inutili strutture. Per noi è fondamentale far risparmiare i nostri utenti fornendo loro quello di cui hanno bisogno”.

D’altra parte quattro anni fa era difficilmente immaginabile che il mondo bancario si sgretolasse così velocemente sotto i colpi dei tassi negativi e dell’intero comparto fintech. Eppure sta accadendo veramente: “Prima le banche ridevano di noi, poi hanno cercato di copiarci. E alla fine si sono rese conto che non riescono a farlo perché i loro processi sono troppo lunghi”.

Al di là dell’intuizione di successo di Storonsky – che ha scommesso sulla quantità delle transazioni riducendone drasticamente i costi per l’utente finale -, una delle chiavi del successo di Revolut è la velocità di pensiero e d’azione: “Cinque anni fa il mercato era una prateria, chiunque poteva entrare e provare a lanciare la sua fintech. Oggi, lo scenario è completamente cambiato. Ci sono barriere all’ingresso che una volta non esistevano perché chi è partito con noi è molto avanti. E per una start up sarebbe quasi impossibile colmare il divario”.

Motivo per cui l’imprenditore non sembra preoccupato dalla marginalità negativa di Revolut: “Il core business è già in utile, ma abbiamo deciso di continuare a investire molti soldi sulla crescita dell’azienda. Adesso non è importante fare profitti. Esattamente come è successo con Amazon”. Come a dire che la raccolta di denaro e gli investimenti degli ultimi mesi sono stati funzionali ad allargare quel divario con eventuali start up che volessero affacciarsi al mercato, ma anche a ridurre la distanza dal mondo delle banche.

Revolut 4
Addirittura Storonsky parla di “momento Amazon” per spiegare il cambiamento epocale che sta attraversando il settore bancario: “Quindici anni fa Amazon ha stravolto il mercato del retail. Un sacco di piccoli negozi hanno chiuso e tante grandi catene sono entrate in crisi. E’ la stessa disruption che sta vivendo il comparto finanziario. Oggi i negozi hanno smesso di fare la guerra ad Amazon e ne sfruttano le potenzialità a cominciare dalla sua infrastruttura. Le banche potrebbero fare la stessa cosa. I regolamenti adesso lo permettono. Il futuro è nell’open banking”.

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Nik Storonsky
Inoltre, l’ondata fintech ha portato con sé una consapevolezza che una volta i consumatori non avevano “anche perché le banche tendono a nascondere costi e commissioni”. La bandiera della trasparenza che fanno sventolare Revolut e i suoi competitor, da N26 a Satispay fino a Transferwise, ha mostrato a milioni di consumatori in tutta Europa quanti soldi spendevano senza neppure accorgersene in servizi che pensavano fossero gratuiti.

Elena Lavezzi, responsabile dell’area Southern Europe
“Ho lavorato come trader – racconta Storonksy -. Ero spesso in viaggio e a un certo punto mi sono messo a calcolare quanto stavo spendendo in commissioni per le transazioni all’estero: erano tantissimi soldi ogni anno. E lo stesso accade per chi vuole fare investimenti: oggi per comprare un titolo quotato a Wall Street bisogna convertire gli euro in dollari, poi c’è la commissione per l’acquisto dell’azione e quella per la vendite e di nuovo la commissione per il cambio da dollari a euro. Ecco, con Revolut tutto questo si avvicina a zero. Per creare cultura finanziaria ci vuole tempo, ma la competizione che abbiamo portato sul mercato aiuta a fare chiarezza”.

E guardando la futuro, il pensiero dell’imprenditore è già rivolto alla Borsa: “Ci quoteremo nel giro di due o tre anni, quando i fondi vorranno uscire. Io, invece, voglio restare alla guida della società. Perché è divertente”. E perché c’è una rivoluzione da portare a termine. – [FONTE]
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