Le conseguenze dell’omicidio di Soleimaini e la posizione dell’Italia

07/01/2020 – In un reportage di Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere a Baghdad, si legge che l’assassinio in stile mafioso di Qassem Soleimaini sia stato accolto con una certa indifferenza da piazza Tahrir. La piazza, questa, in cui sono morte 600 persone e rimaste ferite oltre 20.000 durante le ultime proteste degli iracheni contro la corruzione della classe politica. Una rivolta contro la disoccupazione e la fame.

Questi sono i veri temi che toccano «la grande maggioranza degli iracheni» mentre «la morte di Soleimani» dice un anestesista intervistato dal reporter «interessa molto poco» e rischia di gettare in secondo piano la questione irachena. Il generale Soleimani, molto più che un capo militare ma una vera figura morale e semisacra in patria, non è infatti accolto da tutti in questo modo.

Si legge nel reportage che secondo i giovani di piazza Tahrir «è stata la politica repressiva dei sunniti voluta da Soleimani dopo l’invasione americana del 2003 a contribuire alla nascita di Al Qaeda e Isis in queste regioni». E poi, pur riconoscendo naturalmente il peso determinante degli iraniani nella lotta al terrorismo, dichiarano che «le milizie hanno avuto un ruolo positivo a fianco dell’esercito regolare per battere Isis, ma adesso vanno sciolte al più presto». Baghdad deve svincolarsi da qualsiasi influenza esterna, anche da quella iraniana.

Eppure nei Paesi a guida sciita Soleimaini è già celebrato come un martire. Ovunque si vedono manifesti in cui il generale è ritratto sotto la protezione dell’imam Hussein. In centinaia di migliaia sono giunti da tutto il Paese per assistere ai funerali e alle celebrazioni.

Questo significa che, pur non essendo amato unanimamente dall’intera popolazione, il senso dell’ingiustizia e del pericolo di una nuova guerra ha compattato la popolazione davanti alla figura chiave del regime iraniano, il quale esce rafforzato, sebbene colpito al cuore, da quello che è un brutale assassinio.

Tiziana Ciavardini, antropologa ed esperta di Iran, ha espresso la stessa interpretazione riguardo ai mutamenti degli equilibri interni alla Repubblica islamica, anch’essa scossa da rivolte popolari sanguinosamente represse.

«Le proteste delle scorse settimane che hanno visto centinaia di morti hanno ben mostrato al resto del mondo come nel paese ci sia un malcontento popolare», scrive sul Fatto Quotidiano. «La morte di Soleimani», continua, «ha in qualche modo ottenuto due risultati importanti: il primo, quello di ricompattare seppur nel dolore conservatori e riformisti verso un nemico comune; il secondo, quello di distogliere l’attenzione dalle proteste e dai tanti giovani morti».

Un colpo durissimo quello inflitto all’Iran. Una mossa che, pur avendo colpito al cuore la Repubblica islamica, potrebbe paradossalmente rinforzare un sistema politico in crisi, in maniera incoerente rispetto alla politica di costruzione del malcontento – che momentaneamente si placa – adottata fin’ora da Washington attraverso la strategia delle sanzioni e dell’isolamento internazionale.

Secondo l’ex Vicesegretario Generale dell’Onu Pino Arlacchi, la conseguenza della «bravata trumpiana» sarà «la fine della componente progressista, democratica e filo-europea della politica iraniana affermatasi nelle ultime elezioni». Ciò potrebbe comportare la rottura di tutte le forme di dialogo diplomatico e l’interruzione di ogni tentativo di negoziato strategico con l’Occidente.

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L’accordo sul nucleare, sottoscritto nel 2015 da cui Trump si è unilateralmente ritirato nonostante le timide proteste di una Ue inesistente, potrebbe essere ormai solo carta straccia. Per quale motivo, dati i pericolosi precedenti, l’Iran non dovrebbe dotarsi di armi nucleari?

La Repubblica islamica potrebbe verosimilmente ritirarsi anche dal Trattato di Non Proliferazione sottoscritto nel 1970 «distruggendo», scrive Arlacchi sul Fatto Quotidiano, «il tabù nucleare che regge la pace mondiale da 70 anni e riempiendo il Medioriente di bombe atomiche».

Una crisi, questa tra Stati Uniti e Iran, che accelera vertiginosamente e che riguarda direttamente anche noi europei, sebbene non siamo stati minimamente interpellati. La permanenza all’interno di un sistema di dipendenza politico-militare come la Nato altre conseguenze non ha che l’abbandono di ogni interesse nazionale.

La posizione dell’Italia
Come spesso accade in questi casi, politici e intellettuali italiani stanno dando una prova di vergogna bipartisan. Da Capitan Salvini a tutta la truppa di professori lucidascarpe come Marco Gervasoni – che a proposito della morte di Soleimaini parla festoso di «un criminale in meno giustamente polverizzato», passando per europeisti convinti come Parenzo – che definisce il generale un «capo terrorista».

I sovranisti e gli europeisti, tra odii atavici e insulti d’ogni sorta, sono sempre d’accordo quando si tratta di schierarsi contro i nemici di Israele. E perso tra le chiacchiere di nani e ballerine il nostro Paese perde un partner commerciale fondamentale come l’Iran il cui interscambio si misura in miliardi di dollari e riguarda aziende strategiche nel campo dell’energia, della finanza e del commercio.

Nel frattempo ritorna alla superficie del dibattito pubblico la questione dell’accordo dell’Italia – nonostante timide e inutili richieste di «calma e dialogo» – ad operazioni folli come quella appena compiuta.

Non c’è stato summit internazionale o conferenza stampa in cui Mattarella non abbia lodato l’opera della Nato e confermato l’assoluta conformità dell’Italia a questa alleanza.

La Nato, fondata nel 1949 in funzione antisovietica, si è poi trasformata dopo il 1991 in un sistema di dipendenza politica oltre che militare agli Stati Uniti. I quali hanno usato la Nato per distruggere popoli e Paesi. Questa è più che storia ormai:

La Serbia (1999), la prima guerra del Golfo (1990), la distruzione dell’Afghanistan (2001), l’invasione dell’Iraq (2003), la Libia (2011) sono tutte guerre direttamente combattute dalla Nato e che hanno generato caos e terrorismo.

Non va dimenticato che l’Isis è nato dallo sfaldamento dell’esercito di Saddam Hussein. Per non citare poi tutti i colpi di Stato sostenuti apertamente dalla Nato negli ultimi anni come l’Ucraina nel 2014 (13.000 morti) o delle guerre per procura come la Siria nel 2011 (più di mezzo milione di morti).

Lodare la Nato significa esattamente elogiare questa trentennale opera di distruzione di intere popolazioni e civiltà. Del resto Mattarella era Ministro della Difesa quando l’Italia di D’Alema fece partire gli aerei militari per distruggere le scuole e i ponti di Belgrado.

Tutte queste guerre, in particolare quella combattuta contro Gheddafi, sono andate contro i nostri interessi, sebbene le «cessioni di sovranità» legate alle organizzazioni internazionali debbano essere legittimate da «condizioni di parità con gli altri Stati». Quando Sarkozy decise di ammazzare Gheddafi non fummo neanche avvisati.

Ci aspettiamo adesso, dopo questi precedenti, che l’Italia ritiri le truppe dall’Iraq? Ci aspettiamo che il governo rispetti la Costituzione proprio ora dopo gli ultimi 30 anni?

Art.11 della Costituzione
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». – [AntiDiplomatico]
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