Coronavirus: la strage di anziani nelle case di riposo in Lombardia

07/04/2020 – Erano 150 gli anziani ospiti nella alla Fondazione Sant’Andrea a Clusone, in provincia di Bergamo: nell’ultimo mese ne sono morti 52. Un terzo se li sarebbe portati via il Coronavirus SARS-COV-2 anche se nessun referto li ha mai identificati come COVID-19 positivi perché “qui non è venuto nessuno a fare i tamponi”, ha raccontato all’ANSA Katia, infermiera della struttura che ora attende anche l’arrivo di pazienti Covid dimessi dagli ospedali.

Coronavirus: la strage nelle case di riposo in Lombardia
Da fine febbraio “abbiamo mandato via in ambulanza 4 ospiti: stavano troppo male. Non sono più tornati indietro. Solo a loro sono stati fatti i tamponi e sono gli unici contagi da coronavirus di cui abbiamo la certezza”. Ma per Katia i sintomi degli anziani deceduti nella struttura erano chiari: “Febbre alta, oltre i 39, crisi respiratorie improvvise con saturazione che crollava a 50 e che nemmeno con l’ossigeno si riusciva a riportare” nella norma. Anche tra il personale sanitario il numero dei contagi è allarmante: “Tra i 12 infermieri, 8 contagiati. Su 4 medici, 3 positivi” compreso “il direttore sanitario”. Lentamente stanno guarendo o uscendo dalla quarantena e torneranno operativi. E intanto alla Sant’Andrea potrebbero arrivare anche 17 pazienti Covid dimessi dall’ospedale: “Ci hanno detto che saranno di tutte le età e che sono già al secondo tampone, spero che questa cosa avvenga il più tardi possibile per non rischiare di compromettere nessun ospite in struttura”.

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E non si tratta di un caso isolato. Per questo si stanno muovendo soprattutto sul piano documentale, con l’analisi dei tantissimi esposti e denunce arrivati e delle carte presentate dalle varie strutture, le indagini aperte dalla Procura di Milano sui casi di contagi da Coronavirus nelle residenze sanitarie assistenziali milanesi, dove decine e decine di anziani sono morti e molti operatori si sono ammalati. Tra i vari fascicoli già aperti in questi giorni, per diffusione colposa di epidemia e reati in materia di sicurezza del lavoro, anche quello, come si era saputo già il 2 aprile, nato dalle denunce di lavoratori dello storico Pio Albergo  Trivulzio, dove nel mese di marzo sono morti 70 anziani. Sono al lavoro su questo fronte i pm del dipartimento ‘ambiente, salute, sicurezza, lavoro’, guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano, che anche in queste ore si sono confrontati sugli accertamenti da effettuare.

Altre indagini sulla mancanza di cautele, sia informative che di dispositivi, per prevenire il rischio dei contagi, infatti, sempre scaturite da denunce anche di familiari di vittime e da segnalazioni, sono in corso sull’Istituto Palazzolo Fondazione Don Carlo Gnocchi di Milano (“nessuna negligenza in contagi del personale“, ha sempre ribadito l’istituto), su una ‘casa famiglia’ di Affori, quartiere di Milano, ma anche su altre Rsa del milanese, tra cui una nel quartiere Corvetto. “In tanti anni di servizio – ha raccontato all’ANSA un’operatrice socio sanitaria della Rsa Virgilio Ferrari di Milano – non ho mai visto una situazione del genere. Nell’ultimo mese sono morti circa 40 pazienti”. Già a fine febbraio, ha spiegato, “abbiamo mandato una mail alla direzione tramite il sindacato per chiedere la disinfezione dei locali e di fornirci i presidi sanitari. Dopo un bel po’ di giorni hanno iniziato a darci le mascherine”.

La delibera della Regione e il Coronavirus nelle case di riposo della Lombardia
Secondo Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, associazione di categoria che riunisce oltre 400 case di riposo, che con la sua intervista al Quotidiano del Sud ha portato all’attenzione dei media il caso, “in Lombardia si è sottovalutato il rischio nelle strutture per anziani e disabili” che “non sono luoghi per curare patologie acute, ma per migliorare la qualità di vita” degli ospiti. Lo ha detto a SkyTg24 commentando anche l’ordinanza della Giunta lombarda dello scorso 8 marzo, che prevede di spostare pazienti Covid dimessi dagli ospedali nelle rsa per le quarantene: “C’è stata una programmazione centrale regionale troppo attenta, seppur comprensibilmente, alla gestione in ospedale ma poco attenta a capire i rischi sul territorio”, ha aggiunto, ed “è il segnale di non avere capito la programmazione sanitaria, le rsa non dovevano essere strumentali al ricovero di Covid”. “Dovendo tenere dentro alle strutture queste persone e non potendo farle accedere al sistema ospedaliero – ha spiegato ancora Degani ai microfoni di SkyTg24 – questi stanno diventando luoghi in cui la capacità di prendersi carico delle infezioni e della malattia non è propria degli operatori”. “Se sta diminuendo un poco la pressione sulla terapia intensiva e sugli ospedali dobbiamo ospedalizzare le rsa e dare agli anziani il diritto alla cura, spostando ad esempio qualche infettivologo”. Sul tema dei tamponi, infine, Degani ha lanciato un appello: “bisogna farli a tutti perché se bisogna tenerli all’interno delle strutture bisogna avere chiaro chi è infetto e chi non lo è”.

Ma la tesi della strage nelle case di riposo a causa della delibera della Regione Lombardia è stata respinta oggi dall’assessore al Welfare Giulio Gallera. “Abbiamo chiesto soltanto alle rsa autonome dal punto di vista strutturale, ossia dotate di padiglione separato e anche dal punto di vista organizzativo. Mi sembra molto chiaro e ci sono delibere nero su bianco a dimostrarlo”, ha detto ad Agorà. Sul Pio Albergo Trivulzio, ha sostenuto Gallera, “i decessi sono 70, l’anno scorso erano 52. Chiaramente ogni decesso in più fa male ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi, anzi forse più contenuta in numeri percentuali”. La delibera della Regione Lombardia? “Abbiamo chiesto di ospitare pazienti Covid in maniera volontaria – ha spiegato – soltanto a quelle autonome sia dal punto di vista strutturale sia organizzativo, ossia con aree totalmente separate dagli altri ospiti e con personale dedicato. A Bergamo gli ospedali non avevano più la possibilità di accogliere nessuno. La strategia è stata quella di svuotare gli ospedali che ogni giorno ricevevano più di 150 pazienti in Pronto soccorso e non sapevano più dove metterli, ma in condizione di assoluta separazione rispetto agli altri ospiti. Questo è scritto nero su bianco nelle delibere regionali e che ha salvato la vita alle persone”. – [continua su fonte]
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