Sicilia. All’Ars i maghi dello spreco: raddoppio delle pensioni con la stessa legge che taglia i vitalizi

12/11/2020 – In tempi di Covid l’Ars non si libera del virus dello spreco. Sembrava finita, la stagione delle furbizie che attirava su Palazzo dei Normanni i riflettori dei media di ogni dove, E persino quella parola che da sola, nell’immaginario collettivo, evocava lo sperpero – vitalizio! – era scomparsa dal quadernone dei costi della politica. E invece, ancora una volta, il glorioso parlamento siciliano ci ricasca: riecco le polemiche che rimbalzano da un talk-show all’altro per una legge-burla che desta scalpore ancor più perché, per un clamoroso scherzo del destino, spiega i suoi effetti in periodo di pandemia. Quando da tutti, specie dagli amministratori pubblici, si richiederebbe continenza e senso della misura. Macché. Uno alla volta, nelle ultime settimane, la maggior parte dei parlamentari ha chiesto di poter usufruire della legge che raddoppia loro la pensione. Già così, come è stata raccontata, la vicenda è scandalosetta. Ma bisogna rivederla dall’inizio per collocarla nella hall of fame dei sotterfugi del Palazzo più generoso d’Italia.

Accade un anno fa, o giù di lì. Dopo lunga e caparbia resistenza, l’Ars si appresta a varare una legge chiesta da Roma, quella che taglia i vitalizi per i parlamentari non più in carica. Siccome la Sicilia è autonoma – e l’autonomia, si sa, nell’isola diventa spesso libero arbitrio – la riduzione imposta alle altre regioni – 37 per cento – qui diventa per magia del 9,3 per cento. Ma un altro gioco di prestigio avviene in aula, poco prima del sì definitivo. E qui siamo anzi oltre l’illusionismo: perché, grazie al solito emendamento volante, la stessa legge che abbassa i vitalizi per gli onorevoli a riposo, raddoppia i vitalizi per quelli in carica. Et voilà: Houdini applaude dalla tomba. Succede che l’aula decide che, per chi gode del sistema contributivo entrato in vigore nel 2012, l’ammontare della pensione si calcoli anche sulla base della diaria, e non solo dell’indennità. Con un tratto di penna, gli stessi beneficiari del provvedimento si portano il vitalizio da 718 a 1.207 euro mensili con una sola legislatura, da 1.348 a 2.123 per chi ha fatto due legislature.

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Il tutto godibile al compimento dei 60 anni. Ma a fare davvero impressione è la cifra del trattamento di fine rapporto. Che sale da 36 a 70 mila euro per chi ha una legislatura alle spalle e da 76 mila a 120 mila per chi ne ha due. Un aumento del Tfr che, si badi, avviene a fronte di appena 46 euro al mese di aumento di contributi a carico del deputato. E con il quale il deputato stesso ammortizza facilmente anche l’incremento degli altri contributi, quelli versati per avere una pensione più ricca (404 euro al mese). “Un sistema win-win: a vincere è sempre il deputato, a perdere le casse pubbliche”, dice Giorgio Pasqua, capogruppo dei 5S che alla vigilia della scadenza per accettare o meno il beneficio – lo scorso 31 ottobre – hanno scelto di rinunciare perché “una cosa del genere fa a pugni col clima di sobrietà che tutti in questo periodo dovremmo darci”. Un esempio? Non per il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché, che ha definito “delinquenziale” la mossa politica dei pentastellati. Mentre il governatore Nello Musumeci, colui che per la carica che riveste dovrebbe porsi per primo una questione d’opportunità, non risponde da giorni alla domanda più semplice: ha chiesto anche lui l’aumento del vitalizio? Sembrerebbe di sì, e già ad agosto, ma non è con i condizionali che si fa la storia e neppure la cronaca di queste cose miserrime: se così non è, da Palazzo d’Orleans arriverà già oggi una smentita.

Resta il fatto che la cuccagna rimane qui, pure in tempo di pandemia: la norma con la riduzione soft dei “vecchi” vitalizi, fatta in contrasto con le disposizioni nazionali, è stata impugnata dal governo ma resta in vigore sino alla pronuncia della Consulta. Gli aumenti ai “nuovi” vitalizi sono scattati. Meno risparmi da un lato, più spesa dall’altro. Un capolavoro. Davanti al quale levarsi – si fa per dire – il cappello. – [di Emanuele Lauria per Repubblica]
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