Zona Rossa, il documento che inguaia il governatore Fontana

08/08/2020 – La comunicazione del Comitato tecnico scientifico al governo sulla necessità di istituire zone rosse nella Bergamasca arrivò il 3 marzo. Già fuori tempo massimo. In quelle ore, il virus era ormai tracimato. Ma, per fare chiarezza, ancora una volta bisogna riavvolgere il nastro degli eventi. E tornare al 23 febbraio, due giorni dopo la scoperta del “caso Mattia”.

È una giornata gelida anche se piena di sole. È domenica, ma nessuno va in chiesa per la messa. Anche le cerimonie religiose sono state sospese. L’emergenza sanitaria sta per esplodere. Solo 48 ore prima, all’ospedale di Codogno il tampone ha dato il suo verdetto: primo caso Covid in Italia, è un 38enne senza alcun contatto diretto e recente con la Cina. Il 21 febbraio, quando i quotidiani chiudono le edizioni, i casi sono oltre 15. Il Basso lodigiano è ufficialmente il primo focolaio europeo. Qualche centinaia di chilometri di distanza, in Val Seriana, nella Bergamasca, all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo sono accertati due casi. In poche ore, anche l’area nord di Bergamo diventa focolaio, il secondo, il più terribile.

Zona rossa Alzano e Nembro: la ricostruzione del premier Conte sulle decisioni del governo – Video

Quel 23 febbraio autorità nazionali e regionali sono però concentrate sul Lodigiano. Lunedì 24 scatta ufficialmente la zona rossa attorno a dieci Comuni. I check point chiudono i paesi di Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d’adda, Codogno, Fombio, Madeo, San Fiorano, Somaglia e Terranova dei Passerini. Ma il virus continua la sua corsa: R0 è a 3.6. La zona rossa va allargata. Da dieci a venti Comuni, sempre nel Lodigiano, come testimonia quanto emerso in una riunione avvenuta quello stesso giorno tra Fontana, il prefetto di Lodi e il capo della Protezione civile. L’allargamento della zona rossa, però, non avverrà mai. La Regione Lombardia spiega di aver avvertito formalmente il governo di questa necessità. Fonti qualificate di Palazzo Chigi, Viminale e Protezione Civile invece smentiscono. Ora però c’è un documento che indirizza la responsabilità verso i vertici della Regione.

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UN’ORDINANZA datata 23 febbraio. È un documento di due pagine dove vengono elencate tutte le restrizioni, a partire dai check point attorno ai dieci comuni del Basso lodigiano. Al termine si legge: “Il Presidente della Regione Lombardia, sentito il Ministro della Salute, può modificare le disposizioni di cui alla presente ordinanza in ragione dell’evoluzione epidemiologica”. Il documento, oltre che dal ministro Speranza, è firmato dallo stesso Fontana. Il governatore leghista, la sera del 23 febbraio quindi, firmò di suo pugno un atto che gli avrebbe permesso fin da subito di allargare la zona rossa di Lodi e di istituire quella in Valseriana. E questo ben prima di scoprire l’esistenza di una legge vecchia di 42 anni (la 833 del 1978) che dà pieni poteri alle regioni “in materia di igiene e sanità pubblica”.

L’ordinanza, anche grazie al Comitato “Noi denunceremo”, è stata recentemente acquisita agli atti della procura di Bergamo che indaga sulla mancata

zona rossa di Alzano e Nembro. Il ragionamento dei magistrati è questo: quello che si poteva fare per Lodi valeva anche per la Bergamasca. E al momento si indaga per epidemia colposa a carico di ignoti.

OGGI, A QUASI SEI MESI da quei fatti, la giornata cruciale resta quella del 23 febbraio, con questo inedito documento. L’ordinanza del 23 è anche alla base di un’interrogazione al ministero della Salute firmata dall’onorevole del M5S Valentina Barzotti, in cui si chiede se il governo fosse “a conoscenza delle ragioni per cui Regione Lombardia dopo l’emanazione dell’ordinanza del 23 febbraio scelse di non estendere la zona rossa a Lodi”. A livello regionale invece, il consigliere Marco Degli Angeli ha invitato l’assessore Gallera a riferire in commissione e ha fatto richiesta di accesso agli atti “per verificare eventuali responsabilità”, lamentando una certa “inerzia del Governatore Fontana e dell’assessore Gallera nel rispondere a mia legittima richiesta”.

Il documento, firmato da Speranza e da Fontana, oltre a essere di fondamentale importanza per i magistrati, è il risultato di una serie di riunioni istituzionali che si tengono quel 23 febbraio. La prima vede partecipare il prefetto di Lodi Marcello Cardona, il governatore Fontana, funzionari del ministero della Salute e il capo della Protezione civile Angelo Borrelli. Qualcuno registra il colloquio, circa 4 minuti. Il

ne dà conto in esclusiva il 17 giugno scorso. Da quell’incontro emerge chiarissima la necessità di allargare la zona rossa del Lodigiano, aggiungendo altri nove comuni, sei del lodigiano e tre della provincia di Cremona. Fontana li elenca: “Santo Stefano Lodigiano, San Rocco al Porto, Corno Giovine, Cornovecchio, Caselle Landi, Pizzighettone, Formigara, Gombito, Brembio”. La parola passa al Prefetto Cardona: “Sto facendo il calcolo, dobbiamo aggiungere altri venti, ci stiamo muovendo sulle 70mila

Il Presidente può modificare le misure in ragione dell’evoluzione epidemiologica persone. Adesso appena Attilio mi formalizza questi comuni, ma già lo sapevo perché me lo aveva comunicato Giulio (Gallera, ndr), lavoriamo sui nuovi check perché li dobbiamo mettere su carta, l’ho già comunicato anche al ministro dell’interno che ci sarà un ulteriore allargamento”.

Comunicazione mai messa “su carta” e mai arrivata al governo. Il 17 giugno, dopo che il
Fatto ha pubblicato l’audio, l’agenzia Ansa riporta la replica di Gallera: “La lista veniva comunicata immediatamente al Governo. Poco dopo, la risposta del Governo evidenziava l’impossibilità di accogliere la richiesta perché il blocco di un’area così vasta avrebbe comportato l’impiego di un numero troppo elevato di operatori delle Forze dell’ordine”. Ma, per quanto ricostruito da fonti qualificate di Palazzo Chigi, del Viminale e della Protezione civile, mai da Fontana arrivò un richiesta formale per allargare la zona rossa nel Basso Lodigiano.

CHIUSO IL PRIMO INCONTRO del 23, ve ne sarà uno più politico presente anche il governatore del Veneto Luca Zaia. In serata poi l’ordinanza con cui si riconosce al presidente di Regione Lombardia il potere di modificare, di concerto col ministero della Salute, le disposizioni. Ma la giunta lombarda non si attiverà mai. Né a Lodi né a Bergamo, dove sempre il 23 febbraio prima si tiene una riunione in Prefettura con i dirigenti dell’ats locale e il sindaco Giorgio Gori, e poi, in serata, oltre 200 sindaci si collegano con i vertici della Regione. Bisognerà attendere l’8 marzo, quando, con uno dei famosi Dpcm, sarà a quel punto chiusa tutta la Lombardia. – [FONTE]
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