“Berlusconi ha pagato Cosa Nostra per 20 anni, anche dopo le stragi. E Riina appoggiò Forza Italia”

21/07/2018 – Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia Dell’Utri: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”. Non solo. Secondo i giudici, lo stalliere di Arcore – e rappresentante dei clan – Vittorio Mangano era informato in anteprima di novità legislative relative alla custodia cautelare direttamente dal fondatore di Publitalia “per provare il rispetto dell’impegno assunto con i mafiosi”

“Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?”. Lo dice nero su bianco, Nino Giuffré, 73 anni, uno dei collaboratori di giustizia più importanti. Lo dice nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, durante la stagione stragista di Cosa nostra. E oggi, i suoi e gli altri racconti, sulle connessioni politiche della mafia sono pubblicate nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 20 aprile dalla Corte d’assise di Palermo.

Nuova mafia

Presieduta da Alfredo Montanto, con giudice a latere Stefania Brambilla, la corte ha depositato un corposo documento di 5252 pagine, che si apre con l’annuncio solenne che Giovanni Falcone aveva ragione. “La mafia è sconfitta”, si legge nelle motivazioni della sentenza. “Sconfitta perché come diceva Falcone, è un fenomeno umano e in quanto tale finirà”. Ma la corte poi precisa: sconfitta la mafia storica, Cosa nostra, quella che abbiamo conosciuto fino agli anni Novanta. Non sconfitta, certamente, la sua capacità di riorganizzarsi con forme nuove e nuove strutture. Non come l’antica Cosa nostra, quindi, ma come una organizzazione criminale più parcellizzata.

Condanne pesanti

E proprio su Cosa nostra, sul periodo del capo Bontate e poi del nuovo capo Riina, si concentra gran parte del lavoro investigativo che poi, a processo, con i Pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, ha portato a condanni pesanti: tra queste dodici anni per Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia, già condannato definitivamente dalla Cassazione nel 2014 e oggi a casa dopo la sospensione della detenzione in carcere per motivi di salute.

Vicino a Cosa nostra

“Dell’Utri com’era conosciuto da lei?”, chiede durante il dibattimento un avvocato a Giovanni Brusca, noto mafioso. “Un imprenditore, una persona che era vicina a Cosa nostra, originariamente vicina a Stefano Bontate, guardato con sospetto da Totò Riina, sospetto negativo”. E la dichiarazione di Brusca trova riscontro incrociato nei racconti di vari collaboratori di giustizia, che chiamano in causa pesantemente anche Forza Italia.

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Il discorso unitario

“Su Forza Italia – si legge nella sentenza, riportando le dichiarazioni di Giuffré – si è coagulato un discorso unitario, c’è stato un accordo e c’era anche una stanchezza dell’opinione pubblica verso la Democrazia (Cristiana). Il successo è stato strepitoso e non solo per merito di Cosa nostra”. “Quando parliamo di buone mani – aggiunge Brusca – parliamo di Dell’Utri e del nuovo movimento politico diciamo che si affaccia…siamo nel ’93, nella seconda metà del ’93, dovremmo essere, quando siviene a sapere ufficialmente, anche se in tutta onestà potrei dire che ufficiosamente già qualche mese prima girava voce di questa discesa in campo. Marcello Dell’Utri era ultimamente in contatto con Brancaccio e in modo particolare con i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Parliamo di appoggi elettorali dati appositamente con la speranza di trarne dei vantaggi”. Nelle motivazioni della sentenza, si legge ancora che “verso la fine del 1993 il ruolo che in precedenza era stato svolto da Vito Ciancimino nell’interesse di Cosa nostra era stato poi assunto da Marcello Dell’Utri. “Questo lo posso tranquillamente asserire – dice Giuffré”.

La memoria

I giudici della Corte d’Assise alla figura di Dell’Utri dedicano molte pagine. Non a caso è colui che ha beccato la condanna più pesante, dopo Bagarella (28 anni), e insieme a Mori e Subranni, confermando, almeno in primo grado, quel profilo di uomo cerniera tra la Sicilia e gli interessi prima economici e poi politici di Silvio Berlusconi. Le motivazioni della sentenza citano altri dispositivi a carico di Dell’Utri: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funziona di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994 – si legge nelle carte -, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. E ancora: “Se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano”.

Un rapporto ininterrotto

“La nuova direzione mafiosa voluta da Riina – si legge nella sentenza -, subentrato a Bontate nella Cosa nostra palermitana non aveva inciso sugli equilibri sanciti tra Cosa nostra, Dell’Utri e Berlusconi con il patto del 1974 che è rimasto del tutto immutato ed è proseguito senza soluzione di continuità fino al 1992”. “Incontestabile – si dice in un altro passaggio – che, nel periodo successivo alla morte di Stefano Bontade e durante il dominio di Salvatore Riina, non è registrata alcuna interruzione dei pagamenti cospicui da parte di Silvio Berlusconi”. “Il gruppo imprenditoriale milanese facente capo a Silvio Berlusconi pagava somme di denaro alla mafia, a titolo estorsivo, e ciò fino agli inizi degli anni 90”.

Il ruolo chiave di Dell’Utri

“La peculiarità del comportamento di Dell’Utri – si legge ancora nelle carte del processo – è consistita nel suo modo speciale e duraturo di rapportarsi con gli esponenti di Cosa nostra non provando mai in un ventennio nessun imbarazzo o indignazione nell’intrattenere rapporti conviviali con loro, sedendosi con loro allo stesso tavolo”. “Un soggetto – si legge – che pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa, ha voluto consapevolmente interagire sinergicamente con soggetti acclaratamene mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’attività di sostegno all’associazione senza dubbio prezioso peril suo rafforzamento”. [Tiscali]

Il processo trattativa Stato-mafia, le motivazioni della sentenza, le inchieste sulle stragi, la sparizione dell’Agenda Rossa, le parole di Papa Francesco. Il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, parla di tutto questo con Paolo Borrometi, nell’intervista fiume rilasciata andata in onda su Tg2000, il telegiornale di Tv2000. L’occasione è stata data dalla presentazione del suo libro, ‘Il patto sporco’, scritto con il giornalista (e nostro editorialista) Saverio Lodato.
Rispondendo alle domande Di Matteo ha ricordato quanto viene stabilito dalla sentenza di primo grado dello scorso 20 aprile: “Questa sentenza di primo grado certifica come la trattativa ci fu e che uomini dello Stato si resero complici con i vertici di Cosa nostra nel ricatto nei confronti di quattro diversi governi della Repubblica. Per la giustizia ci sono voluti 25 anni per affermare, con una sentenza pronunciata nel nome del popolo italiano, quello che era accaduto. Ma nel libro ci crediamo con amarezza, se quanto oggi consacrato in una sentenza dei giudici non era conosciuto ben prima, da soggetti ed ambienti della politica e delle istituzioni che invece che denunciare hanno preferito tacere, nascondere o preferito cancellare le prove di quel terribile connubio. Oggi possiamo essere soddisfatti del risultato a cui è arrivata la magistratura, ma non cancella questa soddisfazione l’amarezza della reticenza, ed oserei dire dell’omertà istituzionale, che ha caratterizzato ampi settori della politica e delle istituzioni rispetto un tema così delicato e così strettamente intersecato con quello delle stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l’Italia intera tra il 1992 ed il 1993”.

Berlusconi e la mafia
Di Matteo ha anche parlato di quel che la Corte dice sull’ex premier Silvio Berlusconi: “Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio”. “Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana – ha aggiunto Di Matteo – movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconiaveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra”. “Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento – ha raccontato Di Matteo – noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992″.
“Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia – ha sottolineato Di Matteo – va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi aseguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconinon più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengonoaccertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo”.

L’Agenda Rossa
Rispondendo ad una domanda sulla sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino il magistrato ha ricordato che “Borsellino probabilmente aveva, se non saputo, cominciato ad intuire qualcosa sull’esistenza della trattativa. È assolutamente plausibile che qualcuno avesse da temere che Borsellino avesse annotato quei suoi sospetti nell’agenda rossa che portava sempre con sé”.
“È molto importante – ha sottolineato il sostituto procuratore nazionale antimafia – quello che è stato scritto a proposito dell’effetto che la trattativa può avere giocato sull’accelerazione improvvisa dell’intenzione di uccidere il dottor Borsellino. È assolutamente plausibile, questo lo aggiungo io ma lo aggiungo sulla base di elementi di fatto e processuali di particolare consistenza, che l’agenda rossa sia stata fatta sparire proprio per evitare che quei sospetti potessero, dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, trovare una conferma documentale in quell’agenda”.

“E certamente – ha proseguito Di Matteo – penso che lo possiamo affermare secondo un criterio di buon senso e logica ed esperienze di chi da molti anni si occupa di processi di mafia, l’agenda rossa non può essere stata fatta sparire dai mafiosi che hanno partecipato alla strage ma con ogni probabilità da uomini di uno Stato deviato che già in quel momento hanno voluto nascondere elementi importanti per la ricostruzione del movente dell’uccisione del giudice e degli agenti della scorta”.
Infine Di Matteo ha anche commentato le parole dette da Papa Francesco contro la mafia durante la sua visita a Palermo lo scorso 15 settembre (“Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore”). “Nessuno – ha detto Di Matteo – può avere, dopo le parole di Papa Francescoa Palermo, l’alibi di pensare che l’essere mafioso e l’essere cristiano siano concetti compatibili. Le parole di Papa Francescoda siciliano, italiano, cittadino, magistrato e da cristiano mi hanno suscitato una grande speranza e un ulteriore conforto. Sono state parole importanti pronunciate con toni diversi rispetto alla famosa invettiva di Giovanni Paolo IIalla Valle dei Templi nel 1993 ma pronunciate nella sostanza con altrettanta fermezza”. “Ho apprezzato moltissimo – ha concluso il pm – come la maggior parte dei fedeli quelle parole. Ho una speranza e un sogno che quelle parole, quelle prese di posizioni così nette, forti, e belle di Papa Francescodiventino quotidianamente sul territorio soprattutto nel territorio della nostra Sicilia parole, azioni e prese di posizioni quotidiane di tutti: dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i cristiani. Non devono rimanere parole pronunciate il 15 settembre in occasione dell’anniversario della morte di Padre Pino Puglisi,devono rimanere un faro che spero possa guidare l’azione quotidiana di tutti i cristiani e non solo. Non c’è nulla di più contrario al messaggio cristiano dell’essere mafioso, di avere una mentalità mafiosa, di avere una mentalità che accetti la mafia, la corruzione e il malaffare come un male necessario”.

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