Di Maio, prima sfida da Ministro: “pronti a punire chi delocalizza”. Sul tavolo anche il reddito di cittadinanza, il futuro dell’Ilva e la rinazionalizzazione di Alitalia

01/06/2018 – «Italia first». C’è una eco trumpiana nel programma dei primi 100 giorni che il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio sta mettendo a punto. L’idea è quella di punire le aziende che delocalizzano e tagliano posti di lavoro in Italia. L’argomento è già stato affrontato dal Movimento 5 Stelle a fine 2013, quando il deputato Mattia Fantinati propose un emendamento alla legge di Stabilità del governo Letta per costringere le aziende che si spostano all’estero a restituire i contributi pubblici percepiti. La norma in vigore da cinque anni prevede che se un’azienda beneficia di un contributo pubblico ed entro tre anni delocalizza la produzione fuori dall’Europa – con riduzione di almeno il 50% del personale – deve restituire l’intero contributo.

L’obiettivo di Di Maio è intervenire in modo ancora più drastico, cercando di estendere la penalità anche a chi si trasferisce in Paesi dell’Unione europea come la Romania o la Polonia: «Non è una operazione semplice, la Francia ci ha già provato e ha subito una procedura di infrazione. Ma intendiamo lavorarci», spiega Fantinati. E del resto un ministro delle Politiche dell’Unione europea come Paolo Savona potrebbe dare una mano per negoziare regole più flessibili a Bruxelles.

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L’altro cavallo di battaglia del capo M5S sarà il reddito di cittadinanza. Gli assegni non potranno partire prima di 10-12 mesi, secondo le stime. Prima ci sono da riformare i centri per l’impiego, un passaggio non solo formale perchè saranno questi a dover monitorare le domande e mettere i cittadini in contatto con chi offre lavoro. Lo stanziamento per la riforma dei centri è di circa due miliardi. I tempi? sei-otto mesi, dicono i calcoli ottimistici dei 5 Stelle. Al termine di questo lavoro si potrà partire con gli assegni da 780 euro al mese per un single, fino a 1.630 euro per una famiglia con due figli ed entrambi i genitori disoccupati.

A dare una mano al neoministro dovrebbe arrivare Lorenzo Fioramonti, con i galloni del sottosegretario. Neodeputato del M5S, ordinario di Economia politica in Sud Africa, è rientrato in Italia da pochi mesi per entrare nella squadra del M5S. Prima del voto del 4 marzo era stato inserito nel team del governo a Cinque stelle con il ruolo di ministro dello Sviluppo. Uno dei primi nodi che Di Maio si troverà sulla scrivania sarà quello dell’Ilva. Entro il 30 giugno è atteso l’accordo tra i sindacati e l’azienda acquirente Mittal.


A dividere le due parti ci sono 4.000 esuberi previsti dei nuovi proprietari: «Nessuna chiusura, nessuno per la strada. Ai lavoratori, sia di Taranto che degli altri stabilimenti, voglio dire che assicureremo, se serve anche per decreto, continuità lavorativa e salariale», ha detto Fioramonti in una recente intervista al Manifesto. «Di riconversione discuteremo con i lavoratori e i cittadini. La situazione ambientale è ai limiti della legalità, se non fuori. Interverremo per decreto per togliere l’immunità penale e garantire livelli ambientali consoni al quartiere Tamburi. La bonifica va fatta, è un percorso obbligato. Alla Ue chiederemo di accedere ai fondi per l’adeguamento alla globalizzazione» . Una linea che rischia di scontrarsi rapidamente con quella più produttivista dei leghisti. Nel contratto di governo però si parla esplicitamente di «riconversione» mirata alla «salvaguardia ambientale». In cambio si dà via libera ad alcune grandi opere nel Nord care ai leghisti, come la Pedemontana veneta e il Terzo valico autostradale e ferroviario tra Liguria e Piemonte.

Un patto, quello sulle grandi opere, che è stato sancito anche dal nome del nuovo ministro delle Infrastrutture: il senatore M5S Da nilo Toninelli all’ultimo minuto ha preso il posto del geologo Mauro Coltorti, inserito nella squadra di Di Maio prima del voto del 4 marzo, noto per la sua spiccata sensibilità ambientale. Una mossa utile ad accontentare la Lega.

L’altro dossier caldo è quello di Alitalia. Lega e M5S sono d’accordo sul reset rispetto alle attuali proposte di acquisto, a partire da quella di Lufthansa.

Il contratto di governo apre la strada alla rinazionalizzazione dell’ex compagnia di bandiera, privatizzata nel 2008. Nell’operazione potrebbe entrare anche Cassa depositi e prestiti più volte evocata come socio finanziario per l’operazione di rilancio. Una inversione a U rispetto alla linea portata avanti finora dall’ex premier Paolo Gentiloni e in particolare dal ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. – FONTE
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