Mentre i binari della linea tirrenica in Calabria venivano paralizzati dal crollo di un traliccio, l’attenzione della politica e dei media italiani era concentrata altrove. Nello stesso esatto momento, a Roma, teneva banco l’approvazione del decreto governativo che vieta burqa e niqab nelle scuole. Due notizie parallele che fotografano alla perfezione l’attuale cortocircuito del dibattito pubblico nazionale: da una parte un’emergenza reale, strutturale e quotidiana; dall’altra un’emergenza puramente teorica, utile a spostare i riflettori dai problemi che richiedono soldi e competenze a battaglie identitarie a costo zero.
I dati emersi dal mondo della scuola e dai sindacati dei presidi sono chiarissimi. Il fenomeno delle studentesse che si presentano in classe con il volto coperto da burqa o niqab in Italia è numericamente irrilevante, se non del tutto inesistente. Eppure, la scelta di normare questa fattispecie con sanzioni pesanti fino a mille euro ha monopolizzato le prime pagine dei giornali e le scalette dei talk show. Il motivo è semplice: i temi culturali e religiosi dividono l’elettorato, creano fazioni opposte e generano un rumore di fondo perfetto per coprire tutto il resto. Il divieto si trasforma così in una bandiera ideologica da sventolare, una soluzione rapida a un problema che non c’è.
La realtà, però, ha l’abitudine di presentare il conto nei modi più bruschi, come accaduto a Falerna, in provincia di Catanzaro. Lì, un Frecciarossa ha impattato contro un traliccio caduto sulla sede ferroviaria a causa del maltempo. Nessuna vittima, per fortuna, ma un’intera dorsale dei trasporti meridionali è rimasta bloccata per ore, isolando la Calabria e costringendo migliaia di passeggeri all’ennesima odissea. Questo incidente non è una fatalità, ma il termometro di un territorio fragile, dove la manutenzione scarseggia, i collegamenti sono vecchi e la messa in sicurezza è una promessa mai mantenuta.
Mettere in sicurezza la rete ferroviaria del Mezzogiorno richiede programmazione, miliardi di euro di investimenti e anni di cantieri aperti. Scrivere un decreto per vietare un velo in classe richiede un pomeriggio e non costa nulla alle casse dello Stato. Il “paragone assurdo” tra la gravità del blocco dei trasporti e lo spazio mediatico concesso al niqab dimostra l’efficacia di questa strategia comunicativa. Finché l’opinione pubblica discuterà animatamente di un divieto scolastico simbolico, nessuno chiederà conto del perché muoversi nel Meridione d’Italia sia ancora un’impresa d’altri tempi. Il velo della propaganda serve, in fondo, a nascondere le macerie della realtà.

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