L’Italia dei due mondi: extraprofitti alle stelle e precariato al collasso nel silenzio della politica

17/08/2026 – Mentre i bilanci dei grandi gruppi bancari e industriali toccano vette storiche, milioni di cittadini affondano nella povertà lavorativa. L’assenza di interventi strutturali sui super-guadagni fotografa un Paese immobile davanti alle disuguaglianze.

I numeri, a volte, sanno essere spietati. Gli ultimi dati sul sistema bancario italiano descrivono una realtà di profitti senza precedenti: 47,5 miliardi di euro di utili complessivi registrati nel 2025, trainati da tassi di interesse che hanno arricchito gli istituti a spese di famiglie e imprese. Ma a colpire non è solo l’entità della cifra, quanto il contrasto stridente con la quotidianità di una fetta sempre più ampia della popolazione. Da un lato c’è l’Italia dei dividendi record; dall’altro, quella dei lavoratori poveri, dei precari e di chi non riesce più a sostenere il costo della vita.
In mezzo a questo divario, che si allarga giorno dopo giorno come una faglia sismica, si posiziona l’azione – o meglio, l’inerzia – della politica e del governo.
Il paradosso dei “lavoratori poveri” e la morsa dell’inflazione
La narrazione economica dominante parla spesso di ripresa e stabilità, ma i dati reali sul potere d’acquisto raccontano un’altra storia. Il fenomeno del working poor (il lavoratore che, pur avendo un impiego, resta sotto la soglia di povertà) non è più un’eccezione, ma una caratteristica strutturale del nostro mercato del lavoro. Contratti a termine, part-time involontari e scatti salariali bloccati da anni si scontrano con l’aumento dei beni di prima necessità e dei servizi.
Chi ha un mutuo a tasso variabile ha visto la propria rata mensile raddoppiare, alimentando direttamente quei miliardi di profitto che oggi le banche esibiscono nei loro bilanci. Chi è in affitto o vive di contratti stagionali si trova escluso da qualsiasi paracadute sociale, schiacciato da un costo della vita che non fa sconti.
Il fisco leggero sui giganti e pesante sui singoli
Il vero nodo politico risiede nella gestione fiscale di questa enorme concentrazione di ricchezza. A fronte di guadagni straordinari, l’aliquota fiscale effettiva applicata ai giganti del credito si è attestata intorno al 19,2%. Una percentuale significativamente inferiore rispetto alla pressione fiscale che grava sul lavoro dipendente o sulle piccole partite IVA.
Il tentativo di introdurre una tassazione seria sugli extraprofitti si è tradotto, nei fatti, in un passo indietro normativo che ha permesso alle banche di accantonare a riserva i guadagni anziché versarli nelle casse dello Stato. Il risultato è una redistribuzione della ricchezza al contrario: i costi dell’inflazione e dei tassi alti sono stati socializzati e pagati dai cittadini, mentre i benefici sono rimasti saldamente privati.
La politica del “lasciar fare”
Davanti a questo scenario, la risposta delle istituzioni appare timida e priva di quella radicalità che la situazione sociale richiederebbe. Misure drastiche sui profitti – come una tassa di solidarietà permanente e progressiva sui super-utili o l’introduzione di un salario minimo legale per contrastare i contratti pirata – restano fuori dall’agenda di governo o vengono liquidate come interventi ideologici.
La scelta di non intervenire con decisione sui margini di profitto sconsiderati si traduce in una precisa scelta politica: quella di preservare i mercati finanziari a scapito della coesione sociale. Si assiste così a una gestione della spesa pubblica orientata al rigore e ai tagli sui servizi essenziali (come sanità e istruzione), mentre i grandi patrimoni e i profitti speculativi restano di fatto intoccati.
La bomba dei mutui e la palude salariale
Continuare a ignorare il divario tra chi accumula ricchezza e chi lavora senza riuscire a sopravvivere espone il Paese a un rischio sociale enorme. Questa frattura è resa evidente da due dinamiche d’emergenza che il governo sceglie di non governare.
Da un lato, la morsa dei mutui sulle famiglie, diventata insostenibile a causa dell’incremento delle rate mensili, che drena risorse vitali dai bilanci domestici per trasferirle direttamente nei bilanci record degli istituti di credito [Unimpresa]. Dall’altro, l’immobilismo dei salari medi italiani, drammaticamente distanti dalla media europea e bloccati da trent’anni a causa di contratti precari e bassa produttività. Mentre nel resto d’Europa le retribuzioni si adeguano progressivamente al costo della vita, i lavoratori italiani subiscono una perdita sistematica del potere d’acquisto.
Senza un intervento coraggioso che redistribuisca gli utili record attraverso investimenti strutturali sul welfare e sulla riduzione della precarietà, la coesione sociale diventerà un miraggio. Il governo non può continuare a fare da spettatore di fronte a un’ingiustizia economica così manifesta: regolare i profitti sconsiderati e tutelare il lavoro non è un atto ideologico, ma un dovere fondamentale per la tenuta democratica del Paese.
I Numeri del Divario Salariale
  • Germania: 49.500 € annui lordi, saldamente al vertice tra le grandi economie europee.
  • Media Area Euro (20 Paesi): 43.512 €, trainata dai mercati a più alto reddito dell’unione monetaria.
  • Francia: 40.800 €, mantenendo una distanza di oltre 7.000 euro rispetto all’Italia.
  • Media Unione Europea (27 Paesi): 39.800 €.
  • Spagna: 33.700 €, che ha recentemente superato il dato italiano grazie a una crescita salariale più sostenuta negli ultimi anni.
  • Italia: 33.523 €, fanalino di coda tra i grandi paesi industriali della zona euro, specchio di una stagnazione salariale trentennale e di un alto cuneo fiscale