Everest: la fine di un mito macabro. “Green Boots” può finalmente tornare a casa

18/08/2016 – Per quasi trent’anni è rimasto lassù, immobile a 8.500 metri di quota, rannicchiato in una grotta di calcare lungo la cresta nord-orientale del Monte Everest. Per centinaia di alpinisti diretti verso la vetta dal versante tibetano, quel corpo congelato con i suoi iconici scarponi verde fluo è stato un punto di riferimento geografico e un monito spettrale. Oggi, quella salma nota a tutto il mondo come “Green Boots” si prepara a lasciare la “Zona della Morte”: il governo indiano ha avviato una storica operazione per riportarlo a casa.

Il recupero non rappresenta solo un’impresa logistica senza precedenti, ma porta con sé la risoluzione di un mistero d’identità rimasto irrisolto per tre decenni.

Il mistero svelato: chi era davvero Green Boots?
Per trent’anni la comunità alpinistica e i media internazionali hanno associato quegli scarponi verdi a Tsewang Paljor, un giovane agente della Polizia di frontiera indo-tibetana (ITBP) scomparso durante la famigerata tempesta del 10 maggio 1996 (la stessa tragedia raccontata nel libro Aria Sottile di Jon Krakauer).Tuttavia, l’avvio formale delle procedure di recupero e l’incrocio dei dati medici hanno finalmente fatto giustizia. Il corpo non appartiene a Paljor, bensì a un suo compagno di pattuglia morto nella stessa tragica bufera: Dorje Morup. All’epoca dei fatti Morup aveva 47 anni. La conferma definitiva restituisce un nome, un volto e una storia precisa a un uomo che per troppo tempo è stato trattato come un semplice “segnapasso” per gli scalatori.

I dettagli della missione: una sfida contro l’impossibile
Riportare a valle un corpo a 8.500 metri di altitudine è una delle operazioni più pericolose al mondo. L’iniziativa è stata promossa ufficialmente dall’Indo-Tibetan Border Police (ITBP), che ha stanziato i fondi e indetto un bando internazionale per ingaggiare un’agenzia specializzata in recuperi ad altissima quota.

La missione si articola su paletti rigidissimi e sfide estreme:

  • La squadra: Le operazioni sul campo sono affidate esclusivamente a un team di Sherpa nepalesi d’élite, gli unici esseri umani in grado di compiere sforzi fisici disumani in carenza di ossigeno.
  • La tecnica: A 8.500 metri gli elicotteri non possono volare a causa dell’aria troppo rarefatta. Il corpo deve essere estratto a mano dal ghiaccio che lo ha letteralmente cementato alla roccia, un processo che fa lievitare il peso da trasportare a circa 200 kg. Gli Sherpa dovranno calarlo a braccia, centimetro dopo centimetro, lungo pareti verticali e ghiacciai crepacciati.
  • La burocrazia: Poiché Green Boots si trova sul versante Nord, l’India ha dovuto coordinare una complessa operazione diplomatica con le autorità della Cina per ottenere i permessi di accesso e trasporto oltre il confine tibetano.
  • La scadenza: La complessa macchina dei soccorsi punta a completare il rientro della salma entro ottobre 2026, sfruttando le brevi “finestre meteo” favorevoli tra la stagione primaverile e quella autunnale.

La fine dell’era dei “Cadaveri Segnapasso”
La decisione di recuperare Dorje Morup si inserisce in un cambio di rotta etico e culturale sull’Everest. Negli ultimi anni, l’aumento delle temperature globali causato dal cambiamento climatico sta facendo sciogliere i ghiacciai eterni, restituendo alla luce decine di corpi di alpinisti scomparsi nel secolo scorso.
Fino a poco tempo fa, la prassi comune era la “sepoltura in mare” dei ghiacci: i corpi venivano spinti nei crepacci o oltre i precipizi per sottrarli alla vista dei turisti d’alta quota. Oggi, la tecnologia e una nuova sensibilità spingono i governi e le famiglie a pretendere una degna sepoltura.
Per la famiglia di Dorje Morup, l’attesa durata trent’anni sta per finire. Presto potranno celebrare i riti funebri tradizionali, trasformando un tragico simbolo della severità della montagna in un uomo che, finalmente, riposa in pace.