02/04/2026 – La parresia, quella virtù antica che consiste nel “dire il vero senza paura”, in Italia sembra aver trovato uno strenuo difensore nel ministro della Giustizia, che la pratica con estrema disinvoltura.
Dopo aver contribuito alla vittoria del No alla revisione della Costituzione, attraverso le note “Confessioni referendarie”, Carlo Nordio ha inaugurato un nuovo capitolo della riforma della giustizia, esponendo la singolare teoria neo-penalistica della modica quantità delle mazzette. Parlando di corruzione nella solennità del Parlamento è riuscito nell’impresa di alleggerire persino le mazzette, diventate improvvisamente “tenui”: quasi una categoria dello spirito, più che un reato.
Il problema, però, non è la franchezza del ministro, che è sicuramente apprezzabile, ma la declinazione e la direzione che la stessa assume. Perché la parresia, quella vera, punge il potere, non lo accarezza. Con Nordio, invece, sembra trasformarsi in un esercizio selettivo: minimizza dove servirebbe rigore, relativizza dove i cittadini chiedono chiarezza. Così la mazzetta, definita in maniera edulcorante e quasi musicale “pretium sceleris”, finisce per perdere peso specifico, assumendo il carattere di un fastidio amministrativo, un inciampo più che un sistema. E la parresia? Resta, sì. Ma, come certi sensi vietati: funziona benissimo, purché vada nella direzione giusta. O almeno, in quella più conveniente. Qui il lessico diventa rivelatore più degli stessi fatti.
Nel parlare di corruzione il ministro della Giustizia usa parole, che non si limitano a descrivere, ma ridimensionano, attenuano, finiscono quasi per assolvere. E l’affermazione sulla modesta quantità delle mazzette suona come un tentativo di ridimensionare un fenomeno, che, a giudicare dalle cifre della sua diffusione, non è mai stato di lieve entità. Perché la corruzione, in Italia, non è un incidente, ma un sistema. Ha regole non scritte, tariffe implicite, perfino una sua etica rovesciata: non si ruba, si “facilita”; non si corrompe, si “oliano gli ingranaggi”.
In questo contesto, parlare di “tenuità” è un esercizio linguistico, che rischia di avere una colorazione politica, che finisce per trasformare un problema strutturale in una somma di piccoli peccati veniali. E mentre si cerca di sminuire la portata del fenomeno criminoso, viene spontaneo tirare in ballo un concetto analogo, che però sembra appartenere ad un’altra galassia culturale: il “diritto mite” di Gustavo Zagrebelsky. Un’idea non facile facile da metabolizzare e mettere in pratica, che invita ad un diritto non autoritario, non punitivo in modo cieco, capace però di adattarsi alla complessità della società, senza trasformarsi in strumento di oppressione.
Il problema è che, nel passaggio dalla teoria alla prassi italiana, il “mite” rischia di diventare “debole”. O peggio, selettivo. Perché mentre il diritto si fa comprensivo, la realtà resta spietatamente concreta: appalti truccati, favori incrociati, scorciatoie che diventano prassi. E allora la mitezza, invece di essere equilibrio, rischia di trasformarsi in alibi. – [CONTINUA SU FONTE]
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