L’editto burocratico: perché i mandarini di Stato avevano bisogno di spegnere il faro di Report

Ridurre la cacciata di Sigfrido Ranucci a una semplice faida elettorale significa non comprendere come funziona il potere profondo in Italia. Dietro la decisione dei vertici Rai di estromettere il conduttore non c’è solo il calcolo dei partiti, ma il respiro di sollievo di quell’immensa, intoccabile e silenziosa burocrazia istituzionale che sopravvive a ogni cambio di governo. 

Il giornalismo d’inchiesta che scava nei ministeri, nelle partecipate e nei grandi apparati amministrativi è il vero incubo dei “mandarini” dei palazzi romani. Ma se la burocrazia agisce nell’ombra per autodifesa, sono le stesse massime cariche dello Stato a tradire il nervosismo di un intero sistema che si sente sotto assedio.

A squarciare il velo dell’ipocrisia procedurale ci ha pensato direttamente Ignazio La Russa. Con dichiarazioni che ridefiniscono il confine del senso istituzionale, la seconda carica dello Stato ha esultato apertamente per la rimozione del giornalista: 

“Sono felice, perché faceva trasmissioni assolutamente pretestuose e a senso unico. Io non lo avrei sospeso per questa vicenda ma per le inchieste che ci sono state nel tempo, di cui sono stato ‘gratificato’ senza che mai, né io né nessuno della mia famiglia da cento generazioni avesse avuto problemi di giustizia. Eppure mi ha dedicato incredibili, incredibili, trasmissioni.”  

Le parole di La Russa — che liquidano persino le gravi intimidazioni subite dal giornalista affermando “a me non me ne frega niente dell’attentato” — svelano la vera natura dell’operazione: una ritorsione retroattivaper aver osato “scoprire le carte” del potere reale. 

  • La vendetta degli apparati: Chi gestisce le istituzioni pretende un’immunità non solo legale, ma anche mediatica. L’ammissione di La Russa conferma che il problema non era l’attualità, ma il fastidio accumulato negli anni per le indagini giornalistiche sui legami familiari e di potere. 
  • La normalizzazione procedurale: La scelta di affidare il programma a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi risponde a una precisa “neutralizzazione tecnica”. L’obiettivo è disinnescare la continuità delle indagini, frammentando la memoria storica della redazione che gli storici inviati stanno provando a difendere minacciando l’addio di massa. 
  • Lo scudo dei colletti bianchi: Mentre la politica si espone con esultanze sguaiate, l’alta burocrazia ministeriale beneficia del silenzio. Senza il “metodo Report” a fare le pulci ad atti amministrativi, nomine e appalti, i veri gestori della macchina statale possono rimettere il sigillo di riservatezza sulla gestione della cosa pubblica.

Non siamo di fronte a un semplice ricambio editoriale, ma a un’operazione di autoconservazione istituzionale. Nel momento in cui i vertici dello Stato rivendicano la punizione di un giornalista per le sue inchieste passate, i colletti bianchi possono finalmente chiudere le porte del palazzo. Le carte restano coperte, e il silenzio torna a essere la regola d’oro del potere romano. Sigfrido Ranucci ha aspramente criticato la decisione dei vertici Rai di affidare la conduzione di Report a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, definendola una scelta che mortifica le professionalità che per trent’anni hanno fatto la storia del programma e del servizio pubblico. La rimozione del conduttore non è dunque considerata un semplice passaggio professionale, ma un durissimo affondo contro la linea aziendale e una decisione contestata anche dalla squadra di inviati.