Mentre il Governo Lollobrigida celebra i successi della contabilità e i “miliardi raddoppiati”, le aziende agricole affogano nella burocrazia e nei costi. Tra bandi bloccati, corsie preferenziali per i giganti della filiera e il sospetto che i fondi europei stiano servendo a finanziare i soliti noti anziché la transizione dei campi, il conto alla rovescia verso il 2026 rischia di trasformarsi in un disastro epocale.
A guardare le slide del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (Masaf), l’agricoltura italiana sembrerebbe vivere un’età dell’oro. I fondi del PNRR sono stati gonfiati fino a raggiungere la cifra monstre di 8,9 miliardi di euro. Una pioggia di denaro che, nei piani del governo, avrebbe dovuto digitalizzare le campagne, riempire i tetti di pannelli solari e rivoluzionare i trattori.
Ma se si sposta lo sguardo dai comunicati trionfali del Palazzo alla terra arata, la realtà è diametralmente opposta. I trattori non sono nei campi a innovare: sono in strada a protestare. E il motivo è semplice: quei miliardi non stanno arrivando a chi ne ha bisogno.
La palude dei pagamenti: Miliardi virtuali, casse vuote
La prima, enorme nota dolente della gestione governativa riguarda la discrepanza tra la propaganda e la cassa. A fronte di quasi 9 miliardi stanziati, la spesa effettiva – ovvero i soldi realmente accreditati sui conti correnti degli agricoltori – si attesta a circa 1,7 miliardi.
Il resto è ostaggio di una burocrazia elefantiaca e di ritardi nei controlli. Le piccole e medie aziende agricole, già strozzate dall’aumento dei costi del gasolio e dalle speculazioni sui prezzi alla produzione, non possono permettersi di anticipare decine di migliaia di euro sperando in un rimborso statale che arriva con mesi, se non anni, di ritardo. Il PNRR, pensato come un acceleratore economico, si è trasformato in un labirinto di moduli e rendicontazioni accessibile solo a chi ha le spalle abbastanza larghe da poter aspettare i tempi dei ministeri.
Le “vie traverse”: La torta delle filiere e l’ombra del grande lobbismo
L’accusa più grave che si muove alla gestione dei fondi riguarda la direzione che questi soldi hanno preso. Non è un segreto che la fetta più grande del PNRR agricolo sia stata dirottata sui Contratti di Filiera, che da soli assorbono 4 miliardi di euro (quasi la metà dell’intero budget).
I Contratti di Filiera, per loro natura, non finanziano il singolo contadino. Finanziano i macro-progetti che legano i grandi gruppi industriali della trasformazione alimentare alla grande distribuzione. È qui che si concretizza la “via traversa”: attraverso una sponda strettissima tra il Ministero e le grandi associazioni di categoria – in primis Coldiretti – i criteri di accesso ai bandi sono stati blindati per favorire i grandi attori agroindustriali.
Mentre l’agricoltore di base fa fatica a rientrare dei costi del concime, le grandi multinazionali del Made in Italy agroalimentare intascano contributi milionari per digitalizzare logistica e stabilimenti. Il PNRR agricolo, nato per proteggere la biodiversità e la sostenibilità dei produttori, è diventato lo strumento finanziario per consolidare il potere dei soliti colossi industriali e dei sindacati che li rappresentano.
Il miraggio dei trattori ecologici e la beffa del 2026
Anche le misure apparentemente destinate alla base si sono rivelate un flop gestionale. Il bando per la meccanizzazione (oltre 300 milioni) imponeva l’acquisto di trattori elettrici o a biometano. Peccato che sul mercato la tecnologia per trattori da pieno campo di questo tipo sia ancora embrionale o economicamente insostenibile per un piccolo produttore. Il risultato? Bandi andati parzialmente deserti o bloccati, mentre le scadenze del 2026 stringono il Paese in una morsa. Se i progetti non verranno completati entro la fine dell’anno, l’Italia dovrà restituire i soldi a Bruxelles.
Un settore tradito
La gestione dei fondi PNRR da parte di questo governo fotografa perfettamente il cortocircuito della politica agricola attuale: forte con la propaganda dei “miliardi stanziati” e debolissima nell’efficacia degli aiuti reali. Concentrando le risorse sui grandi accordi industriali e abbandonando le campagne alla paralisi burocratica, il ministero ha scelto da che parte stare. E non è la parte di chi i campi li lavora ogni giorno.

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