Dimenticate i proclami sui treni ad alta velocità e i ponti sullo Stretto. Dal 2027 il Mezzogiorno rischia di muoversi a piedi, o di non muoversi affatto. Dietro il tecnicismo burocratico dell’articolo 33 del decreto legislativo n. 147/2026 sul federalismo fiscale si nasconde una bomba a orologeria che porta la firma della Lega e della maggioranza di governo, pronta a far saltare i bilanci del trasporto pubblico locale (TPL) da Napoli a Reggio Calabria.
I numeri emersi dalle proiezioni degli uffici tecnici regionali e dei sindacati compongono la mappa di un vero e proprio scippo legalizzato da 500 milioni di euro all’anno. Una riforma che lega a doppio filo i finanziamenti storici per bus, metropolitane e treni regionali al gettito IRPEF dei singoli territori. In parole povere: chi è più ricco riceve di più; chi ha un reddito medio più basso – e quindi una minore capacità fiscale – si vede tagliare i servizi essenziali.
La mappa dei tagli: la Campania la più colpita, segue la Puglia
Il piano penalizza in modo chirurgico le aree più fragili del Paese. La Campania subisce il colpo più duro, vedendosi sottrarre 210 milioni di euro all’anno, con il rischio concreto di vedere soppresso il 30% delle corse di aziende strategiche come ANM ed EAV. Subito dopo c’è la Puglia, con una perdita stimata tra i 120 e i 130 milioni di euro, che si tradurrà nel taglio netto dei collegamenti extraurbani e delle tratte ferroviarie regionali. Non si salvano la Calabria (-50 milioni), la Sardegna (-40 milioni), la Basilicata (-20 milioni) e il Molise (-10 milioni), territori dove i collegamenti per i piccoli comuni delle aree interne sono già ridotti al lumicino.
Il meccanismo iniquo: la trappola della capacità fiscale
Fino ad oggi i fondi statali venivano distribuiti per garantire, almeno sulla carta, un livello minimo di mobilità a tutti i cittadini, indipendentemente dalla latitudine. La nuova norma, fortemente voluta dall’ala leghista dell’esecutivo per accelerare l’autonomia, ribalta il principio di solidarietà nazionale sancito dalla Costituzione.
Se la Lombardia e il Veneto possono contare su una base imponibile IRPEF in grado di blindare e persino accrescere le proprie risorse per i trasporti, il Sud viene condannato a una spirale di declino. Meno reddito significa meno tasse, meno tasse significa meno bus, meno bus significa isolamento e ulteriore impoverimento.
La rivolta dei territori
La spaccatura politica è ormai insanabile. Le giunte di centrosinistra di Campania e Puglia hanno già annunciato la linea dura, promuovendo un ricorso collettivo d’urgenza davanti alla Corte Costituzionale. Dall’altra parte, il silenzio imbarazzato dei governatori meridionali di centrodestra svela una faglia profonda: difendere la linea del governo o tutelare il diritto alla mobilità dei propri cittadini?
Le aziende di trasporto e i sindacati di categoria (a partire dalla Fit Cisl) lanciano l’allarme: con fondi legati alle fluttuazioni annuali delle dichiarazioni dei redditi locali, diventa impossibile programmare a lungo termine l’acquisto di nuovi treni, la manutenzione delle linee e l’assunzione di autisti. Il Mezzogiorno si appresta a diventare una terra di serie B, dove il diritto costituzionale a spostarsi non dipenderà più dalle necessità dei cittadini, ma dalla ricchezza del loro codice postale.

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