IL BLUFF DEI BONUS E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Il governo approva il “Decreto Briciole” mentre la logistica specula e i cittadini affogano nel caro vita.

Mentre i lavoratori, gli autotrasportatori e le famiglie italiane affogano sotto il peso di un’inflazione implacabile e di un costo della vita ormai insostenibile, l’esecutivo risponde nell’unico modo che conosce: con l’ennesima “pezza a colori”. L’ultimo decreto approvato d’urgenza non è altro che un gioco di prestigio normativo, una mano di vernice fresca su una struttura sociale ed economica che sta cedendo da tutte le parti. Una vera e propria presa in giro legalizzata per chi, ogni giorno, fatica a far quadrare i conti.

I 175 milioni di euro sbandierati dal governo come una “boccata d’ossigeno” per il settore dei trasporti e dell’agricoltura si rivelano, alla prova dei fatti, un’elemosina istituzionale. Il meccanismo dei crediti d’imposta temporanei e delle mini-sospensioni dei leasing non tocca minimamente la radice del problema. Chi protesta in strada lo sa bene: queste misure lasciano intatto lo squilibrio strutturale del mercato. A beneficiare indirettamente di questi flussi di denaro pubblico saranno, ancora una volta, i grandi colossi della logistica e della grande distribuzione organizzata. Queste multinazionali continuano a imporre tariffe al ribasso ai piccoli padroncini e ai lavoratori autonomi, scaricando i costi reali della crisi sull’anello più debole della catena e, di conseguenza, sui prezzi finali pagati dai cittadini nei supermercati.

La risposta dell’esecutivo al dissenso sociale è la conferma definitiva di un corto circuito politico. Invece di intervenire per regolare i profitti miliardari dei giganti della catena di approvvigionamento o per calmierare seriamente i prezzi dei beni di prima necessità, le autorità scelgono la linea dura. Identificazioni, sgomberi e l’applicazione rigida delle norme contro i blocchi stradali dimostrano che la priorità non è tutelare chi lavora, ma garantire la continuità dei profitti della grande industria. I cittadini restano così doppiamente tartassati: da un lato subiscono la speculazione e i rincari, dall’altro vengono messi a tacere quando provano ad alzare la testa. Questo provvedimento non è un aiuto, ma l’ennesimo paravento normativo per coprire le spalle ai forti e abbandonare i deboli al proprio destino.

Inventa il fantasma delle infiltrazioni per non rispondere al caro vita

Non bastava l’elemosina dei bonus, né il silenzio assordante sulle speculazioni dei grandi colossi della logistica. Ora, per coprire il fallimento di un decreto che non aiuta nessuno se non le grandi multinazionali, l’esecutivo e i suoi megafoni mediatici azionano la più classica delle macchine del fango. La strategia è tanto vecchia quanto cinica: far passare una mobilitazione disperata, pacifica e del tutto legittima di padroncini e lavoratori esasperati dal caro vita per un piano eversivo di disordini programmati, agitando lo spauracchio delle “infiltrazioni mafiose”.

È il capovolgimento della realtà. Chi scende in strada oggi non lo fa per un disegno criminale, ma perché non riesce più a pagare il gasolio, a mantenere un camion o a portare il pane a casa. Eppure, pur di non ammettere che i 175 milioni stanziati sono solo una pezza a colori, si preferisce criminalizzare il dissenso. Bollandoli come “infiltrati” o pedine della criminalità organizzata, l’esecutivo ottiene due risultati in un colpo solo: giustifica l’uso della linea dura e degli sgomberi forzati [1] e, soprattutto, sposta l’attenzione pubblica dalle proprie colpe alla questione dell’ordine pubblico.

Questa narrazione tossica è l’ennesimo insulto a chi lavora e ai cittadini tartassati. Invece di aprire un tavolo serio per imporre tariffe minime garantite e colpire i profitti miliardari dei giganti della distribuzione, lo Stato risponde con i blindati e la retorica del sospetto. Ma la verità è evidente: l’unica vera illegalità in atto è costringere migliaia di lavoratori onesti a fallire nel silenzio generale, mentre i soliti noti continuano a arricchirsi sulle spalle del paese reale.

Dal ministero dello “Sviluppo” arrivano le minacce di galera per i camionisti esasperati

A gettare benzina sul fuoco di una tensione sociale già altissima ci pensa direttamente il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Quello che dovrebbe essere il ministero competente per tutelare il tessuto produttivo e logistico del Paese si è trasformato nel braccio operativo della repressione istituzionale. Intervenendo alla Camera dei Deputati, Urso non ha speso una sola parola di solidarietà per i padroncini strangolati dai costi, ma ha preferito indossare i panni dello sceriffo, ricordando con fermezza che i blocchi stradali – anche quelli parziali che lasciano passare solo le auto – costituiscono reato penale. La risposta del titolare del Mimit ai lavoratori che manifestano per la propria sopravvivenza economica è agghiacciante: la minaccia del carcere, delle identificazioni di massa tramite il Viminale e l’ombra del sequestro e della confisca dei mezzi di lavoro. 

Siamo al paradosso totale. Un ministro della Repubblica che, di fronte alla paralisi dei trasporti causata da un caro vita fuori controllo, usa lo spauracchio della reclusione penale e della privazione dello strumento stesso con cui queste persone guadagnano da vivere. Invece di convocare d’urgenza i colossi della logistica per costringerli a pagare tariffe dignitose a chi materialmente guida i camion, Urso preferisce fare la voce grossa con l’anello più debole della catena. Questo atteggiamento tradisce la reale natura dell’azione di governo: quando i lavoratori protestano pacificamente contro la miseria, la risposta dello Stato non è il dialogo, ma i blindati, i decreti penali e la minaccia di togliere loro l’unica cosa rimasta: il camion!

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