L’indignazione di Palazzo Chigi sul caso Sherin svela il cortocircuito di una politica che confonde la giustizia con il consenso elettorale e mette nel mirino l’autonomia della Magistratura.
Di Redazione
C’è un limite sottile, ma invalicabile, che separa la legittima critica politica dal sistematico logoramento delle istituzioni democratiche. Un limite che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sembra aver superato ancora una volta, scegliendo di cavalcare l’indignazione social di fronte alla scarcerazione di Youssef Sherin. Un caso in cui i giudici, carte e prove alla mano, non hanno fatto altro che applicare la legge, restituendo la libertà a un cittadino di cui è stata dimostrata l’innocenza.
In un Paese normale, la fine di un errore giudiziario e la liberazione di un innocente dovrebbero essere accolte con sollievo, come la prova provata che i pesi e i contrappesi della nostra Costituzione funzionano e che lo Stato di diritto è ancora in grado di tutelare il singolo dai teoremi e dalle sviste. Sotto la lente della propaganda di governo, invece, la giustizia si trasforma in un’arena binaria: o si asseconda la fame di punizione della piazza, o si viene marchiati come “nemici del popolo” o magistrati politicizzati.
L’attacco frontale di Palazzo Chigi alla decisione della Magistratura non è solo uno scivolone comunicativo, ma un precedente pericoloso. Evidenzia la pretesa, da parte del potere esecutivo, di dettare i tempi e gli esiti dei processi, ignorando la fondamentale separazione dei poteri. Quando la presunzione di innocenza viene sacrificata sull’altare del consenso immediato e i post sui social sostituiscono le aule di tribunale, a uscire sconfitta non è la Magistratura, ma la tenuta democratica dell’intero Paese.
La sensazione è che si preferisca alimentare lo scontro istituzionale e additare un colpevole “in toga” pur di distogliere l’attenzione pubblica dalle reali emergenze economiche e sociali che il governo fatica a governare. Ma la giustizia, quella vera, non si misura in base ai sondaggi o alle scadenze elettorali. Uno Stato forte si vede quando ha il coraggio di ammettere un errore e liberare chi non ha colpe, non quando pretende il carcere a prescindere pur di difendere la propria narrazione politica.

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