L’operazione antimafia, coordinata dalla DDA di Catanzaro ed eseguita dai Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Cosenza, ha colpito al cuore i clan storici della Piana di Sibari con 41 misure cautelari, di cui 24 custodie in carcere e 17 agli arresti domiciliari. Al centro del blitz figurano i clan Acri e di Corigliano, storicamente legati al “locale” di Cirò, ma a far tremare il territorio è il pesante coinvolgimento dei “colletti bianchi” della politica locale.
L’accusa principale mossa al sindaco Flavio Stasi e al consigliere di opposizione Pietro Lucisano, entrambi ai domiciliari, è di scambio elettorale politico-mafioso per le elezioni comunali del giugno 2024. Secondo gli inquirenti, i vertici politici avrebbero beneficiato di un pacchetto di preferenze convogliato dai clan in cambio della promessa di assunzioni nelle strutture pubbliche. L’indagine, avviata nel 2021 grazie a una fitta rete di intercettazioni ambientali, contesta a vario titolo reati gravissimi: dall’associazione mafiosa alle estorsioni, fino a rapine, porto d’armi illegale e omicidi storici, svelando un sistema in cui il condizionamento criminale prescinde dal colore politico.
Il patto trasversale del malaffare: se le poltrone cambiano colore ma i colletti bianchi restano gli stessi
Le aule consiliari cambiano colore a ogni tornata elettorale, i manifesti si rinnovano, le coalizioni si scontrano sul palcoscenico pubblico sventolando bandiere opposte. Eppure, dietro le quinte del potere locale, i confini ideologici sembrano evaporare. Le recenti inchieste giudiziarie accendono nuovamente i riflettori su una realtà radicata: la presenza sistematica e trasversale dei cosiddetti “colletti bianchi” e di esponenti istituzionali nei meccanismi del malaffare e dello scambio clientelare.
Ciò che emerge con maggiore forza dalle cronache giudiziarie non è la vittoria di uno schieramento sull’altro, ma la permeabilità delle istituzioni stesse. Quando si tratta di gestire pacchetti di voti, promesse di assunzioni o l’assegnazione di appalti, le distanze tra maggioranza e opposizione si annullano. Figure posizionate su fronti politici teoricamente inconciliabili si ritrovano idealmente unite dallo stesso modus operandi: l’utilizzo della cosa pubblica come moneta di scambio per garantire la sopravvivenza o l’espansione del proprio potere politico.
Questo fenomeno di “trasversalità del consenso” dimostra che la criminalità organizzata e i comitati d’affari non hanno un’identità di partito. Non scelgono la destra o la sinistra per affinità valoriale, ma cercano interlocutori istituzionali pragmatici, capaci di muovere le leve della macchina amministrativa. I colletti bianchi — amministratori, funzionari, consiglieri — diventano così i facilitatori necessari, i ponti di collegamento tra il tessuto legale e quello illegale.
La reazione dell’opinione pubblica oscilla inevitabilmente tra l’indignazione e la rassegnazione. Quando il malaffare tocca contemporaneamente chi governa e chi dovrebbe vigilare dai banchi della minoranza, a uscire sconfitta è la fiducia stessa dei cittadini nelle regole democratiche. L’idea che il voto sia uno strumento di cambiamento viene erosa dalla percezione che, indipendentemente da chi vinca le elezioni, le logiche di gestione del potere rimangano immutate.
Il dibattito che si apre all’indomani di ogni blitz non può quindi limitarsi alla strumentalizzazione politica del giorno o allo scaricabarile tra partiti. La sfida per la trasparenza richiede un’analisi strutturale su come blindare le istituzioni dalle infiltrazioni e su come ridefinire l’etica pubblica di chi sceglie di rappresentare la comunità.
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